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Published on maggio 22nd, 2011 | by Marco Valerio

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Il ragazzo con la bicicletta: la recensione

Il ragazzo con la bicicletta: la recensione Marco Valerio
Voto CineZapping

Summary: Il soggetto alla base è abbastanza convenzionale, procede con il pilota automatico, tanto da sembrare, per certi aspetti, piuttosto banale e scontato.

2.5

Film Mediocre


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Il cinema dei fratelli Dardenne è un cinema che da molti anni divide abbastanza brutalmente chi ne ama lo stile nervoso e coinvolgente e si identifica nei drammi assoluti e nei personaggi sempre ai margini e chi invece rimane freddo, se non gelido di fronte ai loro prodotti. A tre anni di distanza dal loro ultimo film, “Il matrimonio di Lorna”, i due fratelli di origine belga tornano al cinema e lo fanno con un film presentato, per l’ennesima volta come quasi tutti i titoli della loro filmografia, in concorso a Cannes: “Le gamin au velo”, ovvero “Il ragazzo con la bicicletta”. Il soggetto alla base è abbastanza convenzionale, procede con il pilota automatico, tanto da sembrare, per certi aspetti, piuttosto banale e scontato. “Il ragazzo con la bicicletta” racconta di un ragazzino che vive in un istituto perché il padre lo ha abbandonato.

Il ragazzo con la bicicletta

Cyrill, questo il nome del bambino brusco e troppo cresciuto, cercherà di riparlare a tutti i costi con il padre riluttante e averlo nuovamente nella sua vita. Ma le sue speranze sono destinate ad essere miseramente disilluse. Casualmente (e con uno stratagemma narrativo neanche molto convincente) una parrucchiera della zona (Cecile De France, recentemente vista in “Hereafter” di Clint Eastwood) incontra Cyrill e prova compassione per lo sventurato ragazzo; decide quindi di aiutarlo e si prenderà cura di lui nei fine settimana. Con la sua bici, sempre in movimento nervoso, Cyrill si troverà ad avere a che fare contro tanti ostacoli con l’obiettivo di trovare un po’ di amore, di spensieratezza infantile come una passeggiata in bicicletta, che la sua giovane vita gli ha sempre negato. L’opera dei fratelli Dardenne si ricollega alla tradizione documentarista belga e olandese (Henri Strorck e Joris Ivens), la cui lezione hanno trasposto sul piano della finzione, coniugandola con un’estetica figlia della visione soggettiva introdotta dalle nouvelles vagues europee. Il percorso cinematografico dei due autori è nato, si formato ed è cresciuto grazie alla descrizione delle periferie operaie e da lì, Jean – Pierre e Luc Dardenne hanno portato nel cinema un messaggio forte, in senso etico prima che artistico, pur vedendo riconosciuta la propria arte dalle giuria dei festival internazionali, soprattutto Cannes, dove sono stati premiati due volte con la Palma d’oro, nel 1999 per “Rosetta” e nel 2005 per “L’enfant”.

I fratelli Dardenne

“Il ragazzo con la bicicletta” sposa a pieno i topoi narrativi e stilistici del cinema dei due fratelli belgi. Il problema principale del film semmai è quello di non fare mai uno scatto in più rispetto ad una stanca ed annacquata riproposizione degli stessi canoni cinematografici. Sembra mancare una vera urgenza, un reale motivo d’esser nella creazione di un’opera come “Il ragazzo con la bicicletta” che è consapevolmente e orgogliosamente un film dardenniano fino al midollo, ma anche privo di reali motivi di interesse che lo facciano in qualche modo emergere e ricordare per qualche motivo all’interno di una filmografia che tende un po’ troppo a ripetere se stessa. Il film scorre per gli 87 minuti della sua durata senza un vero guizzo, seguendo pedissequamente le linee guida di un’idea di cinema precisamente e scientemente connaturata, ma anche piuttosto monolitica e ripetitiva. Prevedibile e fin troppo meccanica è la riproposizione del solito ambiente povero e dei soliti personaggi ai margini, filtrata attraverso una messa in scena essenziale che predilige lunghi piani sequenza, macchina da presa pressoché immobile e montaggio latente all’interno dell’inquadratura. I Dardenne hanno come punto di riferimento il cinema documentaristico e, soprattutto, quello neorealista italiano: quindi lunghi silenzi, dialoghi poco presenti, valorizzazione dei silenzi e dei tempi morti, una realtà che più che racconta viene mostrata nel corso del compiersi degli eventi. Eppure in questo caso tutto sa di già visto, tutto è manierista, mai pienamente convincente e mai pienamente convinto, freddo e poco appassionato.   Nonostante tutto, Gran Premio della Giuria a Cannes ex aequo con “C’era una volta in Anatolia” di Ceylan. Foto: www.comingsoon.it; www.cinematografo.it

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