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Published on aprile 15th, 2017 | by Elide Messineo

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Recensioni cult: Babadook

Recensioni cult: Babadook Elide Messineo
Voto CineZapping

Summary: Un ottimo stratagemma di Jennifer Kent per raccontare i dolori di una madre ormai arrivata al limite.

4

Ipnotico e angosciante


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Nei film horror, praticamente da quando esistono, le cose che più inquietano (e attirano) il pubblico non sono i mostri, il sangue, le tragedie che si consumano sotto gli occhi dello spettatore, ma sono quelle invisibili, le presenze.

Quello che non si può vedere e non si può controllare è uno degli elementi più horror che ci possano essere, da qui il successo del filone del paranormale con opere come “Poltergeist” o “The Others” che continuano a funzionare e inquietare anche dopo più di una visione. “Babadook” raggiunge il livello successivo, la regista Jennifer Kent ha deciso di sfruttare il genere horror per raccontare di presenze ancor meno rassicuranti: il dolore e la paura. Che non sono fantasmi che si aggirano per casa, spiriti antichi, sono frutto della nostra mente, delle nostre vite, delle nostre esperienze.

Babadook” è il personaggio di un libro pop-up costellato di disegnini inquietanti e filastrocche profetiche, da brividi. Nei film horror tutti gli elementi che riguardano l’infanzia e il mondo dei bambini diventano presto una tra le cose più creepy che si possano sfruttare. Amelia (Essie Davis) è una vedova che non ha ancora superato la perdita del marito e cresce da sola Samuel (Noah Wiseman), il problematico figlio di 7 anni. I comportamenti del bambino si fanno via via più esasperanti, a tratti inspiegabili, fin quando Amelia non arriva al tracollo, ormai esausta. Sfruttando gli escamotage dei più classici horror, senza essere avara di citazioni, Jennifer Kent racconta il dolore della protagonista. C’è un’oscura presenza in cantina che la tormenta e che non vuole rimanere più confinata al seminterrato. Invade la casa, le persone.

Amelia è una donna distrutta, che vede crollare le sue poche certezze a causa dello strano comportamento di un figlio, automaticamente allontanato dagli altri. Sempre più incapace di controllarsi e di tener testa al suo dolore, la donna arriverà a partorire il più atroce dei pensieri, sviluppando un odio incontenibile verso il figlio. Nonostante lo pseudo lieto fine che Jennifer Kent offre a questa storia, c’è un avvertimento molto importante e senza fronzoli: Babadook non se ne va. Si può affrontare, si può ridimensionare, confinare, ma non va via. Gli argomenti in ballo sono tanti e scottano, la regista si è dimostrata molto abile nel rappresentarli senza scadere in un dramma patetico o in un horror poco credibile. “Babadook” coinvolge lo spettatore, creando il senso crescente di ansia e di claustrofobia che colpisce non appena i protagonisti rimangono confinati tra le mura di una casa cupa e silenziosa, travolti da un’esperienza che lascia un sapore amaro. “Babadook” tocca tematiche molto delicate, porta anche a guardarle con occhi diversi. Una volta immersi nella casa di Amelie e nella sua mente, diventa più facile (ma non più digeribile) cogliere il dolore e la disperazione di una madre che non riesce a combattere il suo demone e non si rende più conto di essere pericolosa per il figlio. Un applauso va al bravissimo Noah Wiseman che impersona il piccolo Samuel, insopportabile al punto da arrivare ad esasperare anche lo spettatore; un giovane talento capace di trasmettere tutto il disagio di una piccola creatura incompresa che vuole solo salvare la madre. Il rapporto più ancestrale, intricato e solido di tutti, qui “sbobinato” nel modo più efficiente che ci potesse essere per dar vita a un film horror diverso dal solito, nonostante si attenga fedelmente a regole e cliché.

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