Recensioni

Published on marzo 19th, 2017 | by Elide Messineo

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Recensioni cult: Il gabinetto del dottor Caligari


Riuscire a incasellare l’espressionismo in chiave universale non è un’operazione semplice, diverso è però se si pensa a quello autentico, l’espressionismo tedesco di inizio Novecento, che aveva un’impronta riconoscibile.

Il gabinetto del Dottor Caligari” è considerato l’emblema di quell’espressionismo dal punto di vista cinematografico, il film muto di Robert Wiene ha fatto scuola per tutte le opere a venire. Claustrofobico, psichedelico, sembra un sogno distorto e allucinato, risultato di una cena troppo pesante, sicuramente fuori dagli schemi se consideriamo l’epoca in cui fu partorita l’idea.

Il film fu girato nel 1919 e uscì l’anno seguente e gioca la sua intera trama sull’ambiguità ma anche sulla doppia natura che può celarsi dietro tutte le cose. Espressionista è il messaggio ma anche l’intera costruzione, a partire dalla scenografia. Ovviamente fu opera di pittori che seguivano la corrente (Walter Reimann e Walter Röhrig), che ebbero l’idea non appena lessero il copione. Stradine anguste, montagne appuntite, ombre marcate, volti grotteschi, nulla è lasciato al caso e a vederlo oggi è chiaro che Tim Burton, nella costruzione di un’identità propria, debba molto all’opera di Wiene.

Il gabinetto del Dottor Caligari” ha inizio con una conversazione tra due uomini, il racconto di Francis (Friedrich Fehér) di un evento risalente al 1830. I fatti sono ambientati in un piccolo paesino tedesco che, come tutte le piccole realtà, vede protagonisti i suoi pochi abitanti, sempre attenti ad ogni singolo movimento o accadimento nell’ambiente circostante. Atteggiamento giustificatissimo in questo caso, visto che l’arrivo di un potente illusionista scombussola la vita tranquilla degli abitanti di Holstenwall. Caligari (Werner Krauss) ha al suo seguito il sonnambulo Cesare (Conrad Veidt), capace di predire il futuro. Con l’arrivo del mago in città, hanno inizio anche delle morti sospette, che mettono in subbuglio tutto il paese.

Tutto è inquietante e tutto è claustrofobico, dalle musiche (Giuseppe Becce) al volto scavato e cupo di Cesare, per non parlare dello strampalato Caligari, con i suoi occhialini e il sorriso beffardo. Buona parte del risultato è dovuto proprio alla scenografia ristretta, dai giochi di ombre e dal dubbio che si insinua anche nello spettatore. Robert Wiene ha realizzato un’opera ambiziosa e piena di coraggio, che dato il via a un filone che tutt’oggi continua a riscuotere successo, un horror gestito in modo sapiente. Giocare sui dubbi e le debolezze della mente umana, portando sul grande schermo quello che oggi è considerato il primo cattivo della storia del cinema, per Wiene (seconda scelta dopo Fritz Lang) è stata una mossa vincente che oggi, a 97 anni di distanza, va saputa guardare, con tanto di colpo di scena finale.


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