Recensioni American Life

Published on Dicembre 18th, 2010 | by sally

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American Life: la recensione

American Life: la recensione sally
Voto CineZapping

Summary: Un coast to coast tra felicità e timori che ci fa sentire ancor più vicini agli interpreti, chi più, chi meno.

3.5

Buon Film


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Nel 1999 Sam Mendes approdava nel mondo di Hollywood con un esordio decisamente notevole, aggiudicandosi ben cinque premi Oscar per il suo “American Beauty“, rimasto intatto nell’immaginario collettivo per la celebre scena dei petali di rosa che ricoprono una giovanissima Mena Suvari. Da allora il regista britannico ha continuato la sua critica alla società americana, passando per “Jarhead” e “Revolutionary Road” ed ora torna in sala con “American Life“, titolo che rimanda al primo film di Mendes, ma che in realtà se ne discosta notevolmente, perché questa volta il nostro regista, pur criticando la società, ce ne mostra anche un lato meno amaro, seppur non privo di problemi.

American Life

American Life

Il titolo originale del film è “Away we go“, che rende molto bene l’idea della storia trattata: una sorta di road-movie, un’avventura dei due protagonisti attraverso l’America a pochi mesi dalla nascita della loro bambina. Il titolo italiano è stato impropriamente tradotto, tanto per cambiare, ed il riferimento ad “American Beauty” è più che palese. Verona De Tessant (Maya Rudolph) e Burt Farlander (John Krasinski) hanno superato la soglia dei trent’anni, ma non sono pienamente soddisfatti e anche se non l’avevano previsto, i due sono in attesa di un terzo membro della famiglia. Verona non vuole sentir parlare di matrimonio, ciò che preoccupa maggiormente la coppia adesso è come far crescere la nuova creatura. Verona e Burt cercano il posto più adatto ed iniziano ad esternare i loro desideri sul futuro di quella che sarà una bambina. Entrambi pensano sia una buona idea rimanere vicini ai genitori di Burt (quelli di Verona sono morti) per poter offrire maggiori attenzioni al nascituro, ma quando vanno a trovarli scoprono che Gloria e Jerry (Catherine O’Hara e Jeff Daniels) stanno per partire e trascorreranno due anni in Belgio, per cui non potranno fare affidamento su di loro. Da qui inizia un vero e proprio viaggio attraverso l’America arrivando fino a Montreal, alla ricerca del posto più adatto per far crescere un bambino. Verona è al sesto mese di gravidanza ed è già enorme, non è soddisfatta di sé stessa né della sua vita, lei e Burt continuano a ripetersi di essere dei falliti, ma sanno che per il bene della loro futura figlia dovranno rimboccarsi le maniche e darsi da fare per regalarle il migliore futuro possibile. Phoenix, Tucson, Madison, Montreal, Miami: queste le tappe percorse dai nostri insicuri protagonisti, alla disperata ricerca del modo migliore di essere genitori. Ma presto scopriranno che in tutte le famiglie ci sono problemi, anche se in apparenza possono sembrare perfette. Verona e Burt si rendono conto, ad ogni tappa del loro viaggio, di amarsi sempre più e, anche se si considerano dei falliti, di non avere niente di meno rispetto agli amici e ai parenti a cui hanno fatto visita. La loro ultima tappa è proprio la casa in cui Verona è cresciuta, che sembra il posto migliore per la bambina in arrivo ed anche per la loro vita insieme. Non scorgere un futuro e aver paura di essere inadatti: questo è il problema dei due protagonisti. Con una carrellata di personaggi, tra cui Carmeon Ejogo, Maggie Gyllenhaal, Chris Messina, Paul Schneider, Sam Mendes ci porta all’interno di svariate famiglie e ci mostra tutti i loro problemi e le loro incertezze, che nella sostanza non sono poi diverse da quelle di Verona e Burt.

American Life

American Life

Ancora una volta, anche se in maniera più lieve, Mendes scatta una fotografia alla società americana che in questo caso però è conforme alla società occidentale nel suo complesso. Trentenni insicuri che hanno paura di sbagliare e di non costruire il giusto futuro per il bebè in arrivo; trentenni che fingono di essere sicuri, che sbagliano (errare è umano, dopotutto) ma che vanno avanti; trentenni che danno vita a teorie new age su come crescere i loro figli. Ognuno ha bisogno di uno schema da seguire, e in tutto questo cercare e costruirsi certezze, sembra che solo Verona e Burt non riescano a trovarne nemmeno una. Se vi aspettate un lavoro degno di cinque Oscar come “American Beauty“, non fatevi troppe illusioni. In compenso il lavoro di Sam Mendes non è per nulla da buttare: il suo occhio critico e sempre attento non fallisce nemmeno questa volta, senza tralasciare battute efficaci e momenti davvero grotteschi che danno vita a questa commedia drammatica dalla piacevole visione e che offre anche un ottimo spunto di riflessione. Il futuro ci ha sempre fatto paura, ma ognuno di noi deve trovare il giusto modo di affrontarlo. Come sciroppo d’acero sul pancake (per capirlo bisogna vedere il film) è l’amore che fa da collante a tutto questo: è la base di ogni cosa ed è l’unico ingrediente che possa tenere tutto unito. Passato, presente, ma soprattutto il futuro. Esprimere e realizzare desideri grandiosi, senza lasciarsi prendere dalle regole: non c’è regola che tenga, ognuno ha il suo metodo, che sia fare l’amore davanti ai bambini per non nascondere la sessualità, o che sia inventare bugie su una mamma che ha lasciato papà da solo e di lui non ne vuole più sapere. Essere genitori è crescere insieme ai figli con la consapevolezza che si sbaglierà sempre, ma in qualche modo si dovrà pur imparare. Nel loro bizzarro viaggio, partito dalla scelta egoistica dei futuri nonni, Verona e Burt riusciranno a capire cosa vogliono davvero e cosa sia realmente “essere dei falliti”. La bravura di Mendes è proprio quella di mostrare la psiche dei personaggi che intende rappresentare, li mette a nudo con poche battute, ne sottolinea i gesti, le problematiche, le ansie, i dubbi. Anche l’essere più perfetto viene mostrato in ogni sua sfaccettatura, e ne esce debole. Forse non sconfitto, ma di sicuro ulteriormente “umanizzato”. “American Life” è un viaggio nella vita, quella di tutti noi. Un coast to coast tra felicità e timori che ci fa sentire ancor più vicini agli interpreti, chi più, chi meno.

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