Recensioni

Published on dicembre 10th, 2010 | by antoinedoinel

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In un mondo migliore: la recensione

In un mondo migliore: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Film che si espone all’impresa di una riflessione dolente sulle zone opache della coscienza e sulle storture dell’animale umano.

2.5

Film Mediocre


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Sono nati entrambi il 7 luglio, Christian ed Elias. Quasi una predestinazione, come il loro professore di storia insinua. Dopo la morte della madre, strappata agli affetti terreni da un cancro devastante, Christian (William Johnk Nielsen), dodicenne solitario ed ermetico, lascia Londra, dove viveva, per tornare, al seguito del padre Klaus (Ulrich Thomsen), in Danimarca, il Paese d’origine. E stabilitosi nella casa della nonna, nella quieta e verdeggiante provincia flagellata dai venti che, incessantemente, agitano le pale dei mulini eolici, prende a frequentare la scuola locale, dove conosce Elias (Markus Rygaard), un altro adolescente problematico, un emarginato, deriso e vessato da ragazzacci colpevolemente tollerati dall’istituzione scolastica. Il padre di Elias, Anton (Mikael Persbrandt), opera come medico in un accampamento di fortuna dell’Africa nera, dove si trova, con difficoltà, a fronteggiare i soprusi esercitati sulle donne e sui loro corpi inermi. Il matrimonio con Marianne (Trine Dyrholm) sta andando in frantumi, e la disgregazione del nucleo familiare impedisce ai genitori la corretta focalizzazione della pericolosa amicizia che sta nascendo fra Elias e Christian, un rapporto morboso e inquietante ispirato a deplorevoli brame di rivalsa. La violenza non tarderà a manifestarsi nella sua veste più subdola.

“In un mondo migliore”, ultima fatica di Susanne Bier

Dodicesimo lungometraggio della regista danese Susanne Bier, conosciuta, in Italia, solo a partire dal sopravvalutato Non desiderare la donna d’altri, In un mondo migliore non rinuncia a coltivare ambizioni tematiche onerose, e proprio nel tastare la porosità del confine che separa la placida normalità dall’epifania del male, si espone all’impresa di una riflessione dolente sulle zone opache della coscienza e sulle storture dell’animale umano (Haevnen, vendetta, suona il titolo originale). Ambizioni troppo elevate, per non cozzare la testa contro il soffitto di un film impacciato da errori e ingenuità (o astuzie?) che obbligano a porre in seria discussione il Premio del Pubblico, ma soprattutto il Gran Premio della Giuria, assegnati all’ultimo Festival di Roma. Mondata, almeno in parte, l’estetica Dogma, al quale in passato aderì, attraverso il ricorso a una fotografia levigata, ma senza, comunque, rinuciare, soprattutto nella tranche danese, al dinamismo della macchina a mano e a certi zoom inconsulti, Bier ostenta un’indubbia padronanza del mezzo cinematografico. Peccato che una simile maestria finisca per soccombere al peso di una sceneggiatura, scritta dal fido collega Anders Thomas Jensen sulla base di un soggetto redatto a quattro mani, che affossa il prodotto. E nemmeno il talento degli attori (fra tutti, il giovane, ferale Nielsen) può molto. Il primo interrogativo che ci si pone, mentre scorrono sullo schermo le sequenze africane, i cieli annuvolati infaustamente presaghi e il deserto dove, all’insegna di un herzogismo decandente (e decaduto), imputridiscono carcasse, è se di questa alienazione geografica vi fosse davvero bisogno. Lo scontato paralellismo fra la violenza che serpeggia nella facoltosa Scandinavia e quella che divora l’Africa derelitta, a suggerire come la depravazione sia equamente distribuita a ogni latitudine, sortisce, a conti fatti, solo l’effetto (controproducente) di annacquare quella tensione che, invece, il ricorso a una narrazione “claustrofobica”, il rifiuto di inutili allargamenti spaziali, avrebbero assicurato. E un po’ di suspense in più non avrebbe guastato, a una storia che si sviluppa in maniera così prevedibile e dimostrativa, nell’attesa di un epilogo, poi, di sconcertante buonismo e palese inattendibilità. Bier e Jensen strappano per ricucire, e anche l’analisi sull’origine del male, affidata a un’inchiesta edulcorante, si risolve in una scialba parabola di colpa e (rapida) redenzione. Il paragone con Il nastro bianco, inappuntabile capolavoro di Michael Haneke (Palma d’Oro a Cannes lo scorso anno), altra vicenda di abominio ad altezza di bambino, non può che nuocere al film della Bier, alla quale, a differenza di Haneke, manca la spregiudizatezza necessaria a tendere lo sguardo fino al fondo dell’abisso, fino a quella dimensione in cui ogni certezza morale si spacca e la riconduzione all’ordine diventa utopia. E, probabilmente, nel costruire un film a tesi, più onesto e meno pretenzioso, in cui l’amore risolleva dall’abiezione, ci aveva meglio convinti Nicolò Donato con Brotherhood, vincitore a Roma nel 2009, dove la linda provincia danese faceva da incubatrice alla spaventosa proliferazione di bande neonaziste. Anche i sentimenti, come tutto il resto, in Haevnen, sono da programma.

Dario Gigante

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