Recensioni polisseMaiwenn

Published on Giugno 17th, 2011 | by Marco Valerio

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Polisse: la recensione

Polisse: la recensione Marco Valerio
Voto CineZapping

Summary: Film che arranca faticosamente verso una conclusione piuttosto ambigua e pacchiana nella sua risoluzione.

3.25

Buon Film


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Nella polizia francese esistono unità speciali, chiamate BPM (Brigade de Protection des Mineurs, brigate per la protezione dei minori). Maïwenn Le Besco (attrice, regista e sceneggiatrice francese) è rimasta tanto colpita dalla visione di un documentario televisivo sul lavoro di questi poliziotti da decidere di costruirvi sopra un film. Così nasce “Polisse”, storpiatura infantile della parola “police”, film di finzione girato con stile documentaristico e basato su casi di cui la stessa regista ha avuto esperienza diretta nei mesi che ha passato affiancata agli agenti della BPM. Assistiamo agli interrogatori di genitori troppo violenti, alle deposizioni di figli maltrattati, agli eccessi della sessualità adolescenziale, ma anche alla solidarietà dei colleghi e alle crisi di riso che li colgono nei momenti più inaspettati, alla pausa pranzo e ai problemi di coppia.

polisseMaiwenn

Maiwenn Le Besco | Cinematografo

“Polisse” è stato insignito con il Premio della Giuria alla sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes e applaudito dal pubblico della kermesse cannense. Eppure si tratta sostanzialmente di un film irrisolto, tanto interessante nelle premesse quanto discontinuo nelle sue applicazioni cinematografiche. Il film oscilla costantemente tra commedia e dramma, tra farsa e tragedia, con l’obiettivo dichiarato e a volte fin troppo esplicitamente ribadito (ai limiti della ridondanza) di raccontare o meglio mostrare la complessa e sfaccettata esistenza di queste anticonvenzionali forze dell’ordine che si muovono in punta di piedi cercando di mantenere il precario equilibrio delle loro vite che sono profondamente influenzate dal proprio lavoro e che proprio quest’ultimo influenzano in maniera altrettanto preponderante. “Polisse” non nasconde l’intenzione di mostrare (attraverso le parole, i silenzi, le frasi interrotte, le contraddizioni e i momenti di disperazione) gli orrori legati ad abusi sessuali e non compiuti ai danni dei bambini, ma al tempo stesso, in maniera ancora più esplicita tanto che di fatto questo risulta il nucleo centrale della narrazione, regalare allo spettatore un quadro esauriente delle ripercussioni emotive e psicologiche di un lavoro tanto duro in coloro i quali lo portano avanti con amore, passione ma anche con una sorta di commiserazione mista a repulsione nei confronti del genere umano. Il modello estetico della Besco è chiaramente quello del nuovo realismo francese, ovvero votato ad una messa in scena di tipo documentarista che punta a cogliere la realtà (una realtà ovviamente fittizia e ricostruita) nell’atto del proprio compiersi e che è maggiormente interessata a illustrare le cose piuttosto che narrarle seguendo canoni narrativi tradizionali. In questo senso “Polisse” ha molti punti in comune con “La classe” di Laurent Cantet (Palma d’Oro a Cannes 2008) o “Cous Cous” di Abdellatif Kechiche (Gran Premio della Giuria a Venezia 2007), ma, purtroppo, di quel tipo di cinema ne ridimensiona i pregi e valorizza i difetti. Difetti come il voler romanzare eccessivamente le singole storie dei personaggi, le cui psicologie e contraddizioni sono messe in evidenza benissimo nella prima parte del film, con vere e proprie stilettate tanto sintetiche quanto esaurienti e convincenti. Poi però la Besco si lascia prendere la mano ed esagera, dando eccessivamente spazio all’elemento soapoperistico che finisce con l’inficiare quanto di buono fatto precedentemente, ovvero quell’esplorazione e quella conoscenza dei protagonisti della vicenda filtrata attraverso la chiave del minimalismo e della spontaneità.

Polisse | ComingsoonEd è proprio per questo che “Polisse” può definirsi assai discontinuo: proprio per il contrasto tra l’ottima resa realistica in cui la vita (dei protagonisti e non solo) emerge in tutta la sua casuale caoticità e la volontà della regista di ricondurre il tutto sui binari consolidati e accomodanti della fiction. Non aiuta di certo la causa la presenza preponderante della regista; sia fisicamente che cinematograficamente. La Besco infatti si ritaglia il ruolo di una fotografa che segue la squadra del BPM e si regala una storia d’amore con il bel tenebroso della compagna: questo è uno di quegli elementi che stridono rispetto alla rappresentazione realistico-documentarista in quanto l’aspetto finzionale finisce con il prevaricare su tutto il resto e quindi ci vengono regalati siparietti in famiglia utilissimi per evidenziare l’imbarazzo del nuovo fidanzato, ma decisamente meno per aiutare la progressione narrativa del film. Ed esempi del genere sono disseminati quasi ovunque nella seconda parte del film che arranca faticosamente verso una conclusione piuttosto ambigua e pacchiana nella sua risoluzione. Un peccato quindi che un film così solido e sorretto da ottime idee (ma che ripetute eccessivamente finiscono per depotenziare la loro consistenza)  si perda in fronzoli, annacquando tutto il suo potenziale esplosivo, franando piuttosto rovinosamente nel corso delle oltre due ore della sua durata dall’ottimo ad un risicatissimo carino e nulla più.

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