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Published on ottobre 18th, 2011 | by alessandro ludovisi

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Jafar Panahi condannato a sei anni di reclusione

Davvero una brutta storia quella che ci arriva dall’Iran. Una storia di odio, speranza di libertà, repressione e boicottaggio. Un grave danno al mondo del cinema ma soprattutto un grave torto subito da un essere umano: Jafar Panahi, uno dei più noti e talentuosi registi iraniani è stato condannato a sei anni di reclusione e venti senza poter occuparsi di prodotti cinematografici. La sua colpa?Aver protestato contro il regime iraniano. La corte d’appello confermando la sentenza iniziale ha ufficialmente decretato la “fine”cinematografica del regista.

Jafar Panahi

 

 Il cineasta iraniano si era apertamente schierato contro il governo di Ahmadinejad, dirigendo un film che raccontava della violenta ondata di proteste dopo la seconda riedizione del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Il processo è stato seguitissimo sia in patria (molti hanno protestato per le vie di Teheran) che all’estero, dove Panahi ha ricevuto solidarietà e attestati di stima.

Panahi è considerato un regista innovativo appartenente alla Nouvelle Vague iraniana e molto celebre a causa della sua satira affilata come un coltello. Iniziò la carriera con lo stupendo “Il palloncino bianco” (da una sceneggiatura di Kiarostami), una struggente storia infantile che gli valse la vittoria della Camera d’or a Cannes. Osannato all’estero, si aggiudica anche il Leone d’oro per “Il cerchio”, boicottato in patria, dove i suoi film “non sono graditi”. Opere come “Oro Rosso” (ancora sceneggiato da Kiarostami) e “Offside” sono state vietate dal governo di Ahmadinejad. Attento alla condizione della donna nella cultura islamica, si è sempre dimostrato come uno dei registi più attaccato alla sua terra ma paradossalmente per questo odiato. Proprio perché non vengano a galle determinate situazioni, nonostante si parli di cinema. Perché quello di Panahi è un mondo in cui fiction e realtà vanno a braccetto, si fondono e diventano una sola verità. Forse non assoluta ma, sicuramente, le sue sono pellicole che vanno dritte al cuore, sono stati d’animo trasportati sullo schermo, sono denuncia di un sistema errato. La condanna di Panahi è una sconfitta per tutti, anche per Ahmadinejad, che dopo le violenti proteste del 2009, dimostra, ancora una volta, di mal sopportare ogni cosa possa ledere la sua immagine. Anche se si tratta di un film. Anche se si tratta di arte.

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