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Föa, il G8 di Genova rivisto da Margherita Ferrari: quando il cinema diventa coscienza storica

Föa, il G8 Genova film di Margherita Ferrari prodotto da Paolo Sorrentino, trasforma la memoria storica in riflessione cinematografica attraverso uno sguardo obliquo e um

Föa, il G8 di Genova rivisto da Margherita Ferrari: quando il cinema diventa coscienza storica
Immagine generata con AI

Ci sono eventi storici che una generazione porta impressi nella memoria e altri che arrivano per interposta esperienza, filtrati attraverso finestre chiuse, silenzi in famiglia, racconti frammentati. Föa – C’era una volta il futuro, opera prima di Margherita Ferrari, prodotta da Paolo Sorrentino e presentata nella sezione Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma 2026, appartiene esattamente a questa seconda categoria: un G8 Genova film costruito non sulla testimonianza diretta, ma su una memoria bambina, sensoriale, quasi corporea.

Una regista genovese nata nel 1997 e il ricordo di finestre chiuse

Margherita Ferrari aveva quattro anni quando, il 20 luglio 2001, le strade di Genova si trasformarono nel teatro di scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine durante il vertice del G8. Il suo ricordo personale di quei giorni, come ha dichiarato, è fatto di finestre chiuse e claustrofobia: un’infanzia sigillata in casa mentre fuori il mondo sembrava esplodere. È da questa prospettiva intima, quasi tattile, che nasce il progetto cinematografico, e la scelta di partire da lì — dall’interno di un appartamento, da un corpo che non può scappare — si rivela la sua intuizione più precisa.

Il titolo stesso è una dichiarazione d’intenti: föa, scritto con la dieresi, è la parola del dialetto genovese che significa favola. Non un documentario, non una ricostruzione militante, ma una fiaba — con tutto il peso ambivalente che il termine porta con sé quando applicato a una giornata che ha lasciato ferite profonde nella storia italiana.

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La trama: il G8 di Genova visto dalla soglia di casa

Il film è ambientato il 20 luglio 2001 a Genova, nel pieno delle proteste contro il vertice. La protagonista si chiama Nicole, ha diciotto anni ed è incinta all’ottavo mese. La interpreta Gaia Ravina. Nicole non è una manifestante, non è una testimone privilegiata della storia: è semplicemente una ragazza che quella mattina apre la porta di casa a tre manifestanti in fuga dalla violenza che imperversa per le strade.

Questa scelta narrativa — l’evento epocale che entra nell’appartamento attraverso corpi stanchi e spaventati, anziché essere mostrato frontalmente — è il cuore dell’operazione. Il G8 Genova film di Ferrari non ambisce alla ricostruzione enciclopedica: preferisce osservare quella giornata di sbieco, per usare la definizione che ne è stata data, centrando il proprio sguardo sul valore umano e tragico dell’evento piuttosto che sulla sua dimensione politica o cronachistica. La gravidanza di Nicole aggiunge un ulteriore strato simbolico: un corpo che contiene un futuro, in un giorno in cui il futuro sembrava essere messo in discussione nelle piazze.

Paolo Sorrentino produttore: una firma che orienta lo sguardo

La presenza di Paolo Sorrentino come produttore non è un dettaglio trascurabile. Sorrentino ha costruito la propria carriera su un cinema che trasforma la memoria collettiva in materia visiva e personale — da La grande bellezza a È stata la mano di Dio, dove la Napoli degli anni Ottanta diventava autobiografia e mito insieme. Scegliere di produrre un’opera prima che affronta il G8 di Genova con la stessa logica obliqua e soggettiva dice qualcosa di preciso sul tipo di cinema che intende sostenere: non il cinema di denuncia in senso stretto, ma quello capace di trovare la verità storica attraverso la singolarità di uno sguardo.

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Per Ferrari, avere Sorrentino al proprio fianco significa anche portare alla Festa del Cinema di Roma 2026 un progetto con una visibilità che un’opera prima raramente riesce a ottenere da sola. La sezione Alice nella Città, dedicata al cinema rivolto ai giovani e alle nuove generazioni di autori, è la cornice giusta per un film che parla di memoria trasmessa, di come si eredita un trauma collettivo senza averlo vissuto in prima persona.

Perché questo G8 Genova film arriva in un momento significativo

Raccontare il G8 di Genova attraverso il cinema significa confrontarsi con un evento che ha già una propria iconografia consolidata: le immagini dei tafferugli, la morte di Carlo Giuliani, la scuola Diaz, le polemiche che hanno attraversato vent’anni di dibattito pubblico italiano. Scegliere di farlo nel 2026, a venticinque anni di distanza, con la prospettiva di chi era troppo piccola per ricordare davvero, è un gesto che sposta il baricentro dalla testimonianza alla rielaborazione.

Ferrari non racconta quello che ha visto: racconta quello che ha immaginato partendo da ciò che non ha potuto vedere, dalle finestre che erano rimaste chiuse. E Nicole — diciottenne, incinta, sola in casa con tre sconosciuti mentre fuori la città brucia — diventa il punto di contatto tra la storia grande e la vita minuscola, tra l’evento e il corpo che lo subisce senza averlo scelto. È in questo spazio, tra la föa e la cronaca, che il film trova la propria ragione d’essere.

Che Föa – C’era una volta il futuro riesca a mantenere questa tensione per tutta la sua durata è una domanda che solo la visione può rispondere. Ciò che è già evidente dalla sua presentazione alla Festa del Cinema di Roma 2026 è che Margherita Ferrari ha scelto un punto di vista raro: quello di chi non era abbastanza grande per capire, ma abbastanza presente per sentire.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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