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Published on agosto 24th, 2018 | by sally

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Disincanto: la recensione della nuova serie di Matt Groening uscita su Netflix

Lo scorso 17 agosto su Netflix ha debuttato “Disincanto”, l’attesa nuova serie di Matt Groening. Il “papà” de “I Simpson” e di “Futurama” ha deciso di lanciarsi in una nuova impresa, creando un mondo completamente nuovo e a tema fantasy.

La storia ruota attorno alla figura della principessa Beanie: una giovane ribelle e alcolizzata che contrasta continuamente la figura del padre, Zog, re di Dreamland. Insieme ai suoi amici, Elfo e Luci, vivrà una serie di avventure che la porteranno a capire meglio le sue origini e il comportamento del padre. Nei dieci episodi della serie targata Netflix c’è tantissimo materiale da sfruttare, poiché tutto ruota al vasto mondo del fantasy. Personaggi di ogni genere, mondi diversi, regni lontani: Matt Groening non tralascia nemmeno un cliché, la pecca è che non riesce mai a spingersi oltre (e sappiamo benissimo che ne sarebbe in grado).

Un inizio dai toni contenuti

A partire proprio dalla principessa Beanie, i personaggi hanno moltissimi tratti che potrebbero essere sfruttati per regalare battute e momenti comici più sfrontati. Per tutta la durata degli episodi si ha come l’impressione che ci sia sì la voglia di essere più sfrontati rispetto a “I Simpson” e “Futurama“, ma che di questo sia rimasta solo l’intenzione e non la pratica. Viene subito da pensare a “Rick e Morty” e “BoJack Horseman“, che in tal senso sono riuscite a fare di “peggio”, mentre la sceneggiatura di “Disincanto” sembra rimanere sempre un passo indietro rispetto alle reali (e/o potenziali) intenzioni.

Matt Groening dovrà aggiustare il tiro nella seconda stagione, peraltro già annunciata. Uno degli aggiustamenti potrebbe riguardare la durata degli episodi, che supera la media di 20 minuti di altre serie animate. Può sembrare banale ma la differenza si sente, in primis per via di una sceneggiatura che non riesce mai a decollare del tutto; gli episodi rischiano di essere appesantiti da unmomenti inseriti forzatamente e completamente scollegati dal resto. “Disincanto” si riprende senza alcun dubbio nella parte conclusiva di questa sua prima stagione, lasciando il finale aperto per la seconda con una trama che si fa più interessante rispetto agli episodi iniziali. Arrivati a questo punto conosciamo piuttosto bene i personaggi, per quanto imprevedibili essi siano, e forse sono proprio le informazioni aggiuntive che rendono più apprezzabile la parte finale della serie. Il fatto di aver avuto un’infarinatura dei personaggi e dei luoghi intorno a Dreamland potrebbe contribuire a migliorare la percezione della storia nella prossima stagione. Di certo Groening e il suo team potranno risollevare le sorti di “Disincanto“: le sfumature dei personaggi sono tutte azzeccatissime e molto interessanti, c’è un potenziale infinito da sfruttare (basti pensare a cosa avrebbe potuto tirare fuori Seth MacFarlane se avesse avuto per le mani Sorcerio e Odval…).

Un esempio di cliché dal vasto potenziale poco sfruttato sono Elfo e Luci. Il primo è un adorabile e ingenuo elfo che fugge da una realtà che gli sta stretta, viene affiancato dalla controparte malvagia, Luci, il piccolo e cinico demone sempre pronto a fare baldoria. C’è però un dettaglio che non può passare inosservato: Matt Groening ha creato “Disincanto” in qualità di prodotto Netflix, pertanto destinato a una visione strettamente “seriale”, da binge-watching, che necessita quindi di una trama più diluita nel corso degli episodi. Mike Hale del New York Times ha infatti puntualizzato per per la prima volta Groening ha creato dei personaggi che non suscitino solo delle risate ma che facciano provare empatia. Non si può fare a meno di empatizzare, infatti, con Beanie ma anche con l’insopportabile Zog, una volta apprese tutte le sfumature del suo carattere. La principessa scansafatiche è alla ricerca della propria identità e, nonostante combini un guaio dietro l’altro, riesce a fare breccia nel cuore dello spettatore. La sua confusione adolescenziale è in netto contrasto con un padre narcisista e crudele, che cela sotto la sua freddezza tutti i suoi buoni intenti. In quanto prodotto Netflix, quindi, “Disincanto” necessita di una trama più articolata – a prescindere dal fatto che l’esperimento sia riuscito o meno -, come qualsiasi altra serie della piattaforma. Nonostante il tratto sia inconfondibile, si distacca per questo da “I Simpson” e “Futurama”, che invece sono sostanzialmente costituiti da episodi godibili anche separatamente. Questo potrebbe rivelarsi il punto di forza della serie in futuro. “Disincanto” si percepisce come un prodotto più cupo e più serio, che tira in ballo tematiche che vengono sì affrontate con leggerezza e col tentativo di strappare una risata ma che legano il pubblico al/ai personaggio/i, portandolo a immedesimarsi e, di conseguenza, curioso di scoprire, in ogni caso, come andrà a finire.


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