Recensioni

Published on novembre 22nd, 2010 | by antoinedoinel

9

I fiori di Kirkuk: la recensione

I fiori di Kirkuk: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Pornografia dell’orrore difficilmente digeribile.

2

Film Pessimo


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Il 9 aprile 2003, lungo le strade di una Baghdad in fermento, tra giovani e anziani che, dopo aver abbattuto la statua di Saddam Hussein, infieriscono rabbiosi sulle macerie, si aggira Sherko. L’aria di guerra che si respira, la violenza che si tocca, lo sfacelo che si accumula nei quartieri della capitale, riconduce la memoria dell’uomo, un signore dai capelli ormai grigi, ai torbidi di quindici anni prima, quando si consumava la fase conclusiva del conflitto fra Iraq e Iran. A una storia che inizia il 10 aprile 1988. Una tragica vicenda personale e collettiva, narrata nel corso di un fluviale flash back. I fiori di Kirkuk, prima co-produzione italo-irachena che gli annali del cinema tramandino,  con anche la Svizzera di mezzo ad arricchire il quadro, è opera di un regista, Fariborz Kamkari, la cui biografia rappresenta davvero un ponte fra Italia e Medio Oriente. Iracheno d’etnia curda, si è formato nel Bel Paese, dove ha mosso anche i primi passi artistici. E un festival nostrano, Roma 2010, ha accolto, in concorso, la pellicola. Il genocidio curdo operato dal regine del rais, sulla base della presunta connivenza della minoranza etnica con il nemico iraniano, rappresenta, non a caso, lo sfondo su cui si sviluppa una trama a tinte forti. Najla (Morjana Alaoui), laureatasi in medicina in Italia, torna nel natio Iraq, dove le rimangono soltanto i facoltosi zii devoti a Saddam, per incontrare un collega conosciuto e amato all’università. Sherko, per l’appunto (Ertem Eiser). Un curdo. Ricercato dagli scagnozzi del potere per l’aiuto offerto, nella città settentrionale di Kirkuk, ai civili colpiti dalla persecuzione di Stato, Sherko conduce un’esistenza pericolosa e semiclandestina, mentre nei villaggi da lui assistiti la povertà si somma alle devastanti conseguenze delle armi chimiche impiegate dall’esercito. Najla, tradendo la famiglia e l’onore, si unirà alla causa di Sherko, suscitando la gelosia e il risentimento di un militare, Mokhtar (Mohamed Zouaoui), che su di lei ha messo gli occhi. Costretta, dopo l’arresto di Sherko, a entrare nei servizi interni per salvare la pelle a sé e all’amato, continuerà a spalleggiare la “resistenza” arrabattandosi in doppio gioco pernicioso. Le conseguenze saranno (in)immaginabili.

La locandina de “I fiori di Kirkuk”

I fiori di Kirkuk si assume in carico un tema sensibile e doloroso, che, dall’Iraq ferito di allora espande la propria aura di significato fino alle lacerazioni che insanguinano, tuttora, il Paese. E proprio per l’importanza che l’esercizio e la conservazione della memoria storica di simili travagli rivestono, era legittimo e auspicabile attendersi un film dal profilo artistico e morale superiore, in luogo dello spettacolo patetico e irritante che solo l’impiego della macchina a mano, costante ormai vieta del cinema di guerra d’ambientazione mediorientale, distingue da una soap opera. La sceneggiatura, anch’essa (de)merito della penna di Kamkari, proprio nella saturazione dei clichès più banali sull’amore al tempo della guerra, impiatta già il film per la tavola, lautamente sponsorizzata, della prima serata di Rai Uno. Una fiction col patentino. La superficialità nella ricostruzione del contesto storico-politico (il sostegno dell’Occidente a Saddam nel conflitto contro l’esercito khomeinista viene pallidamente evocato da un servizio televisivo proveniente dall’Italia) è, dopo tutto, funzionale alla concentrazione delle energie drammaturgiche sul melodramma di Najla e Sherko. E se una storia d’amore raccontata con cognizione di causa allieta tutti, l’onta del film è quella di non saperci regalare nemmeno una passione degna di nota. Le psicologie planimetriche dei personaggi, macchiette che trainano gli accadimenti come il bue l’aratro, ostacolano qualsiasi coinvolgimento emotivo. E mentre le “telefonate” si sprecano (le virgolette a indicare l’accezione tecnica del sostantivo, alias i dialoghi iper-didascalici e posticci), le assurdità e le inverosimiglianze si stratificano in una quantità tale da indebolire la trama e il suo potere di penetrazione. Non sembrano serviti a molto all’eroica Najla gli studi di medicina in Europa, se fin dalla prima scena in cui compare la sorprendiamo con la sigaretta in bocca (ma, forse, senza sigaretta sarebbe stata troppo poco trasgressiva, troppo poco “occidentale”…), o se, il suo unico contributo a una partoriente esanime si risove in uno “Spingi!” ripetuto a oltranza (la puerpera però si riprende presto, e un istante dopo il parto si rivela un’informatrice lucida e impeccabile). Calando la sua protagonista nelle canoniche spire di un triangolo sentimentale fra lei, il ribelle e l’uomo di regime, costringendola, novella Floria Tosca, al dono delle sue grazie per ottenere un salvacondotto che risparmi la pena capitale all’amato, Kamkari procede alla canonizzazione di una figura femminile di sconcertante e programmatica mediocrità. Fino a un montato di immagini sacrificali che con la loro truculenza vengono a ricordarci che questo è ancora un film di guerra e di ingiustizie, mentre nella loro volgare gratuità rasentano una pornografia dell’orrore difficilmente digeribile. Come tutto il resto, d’altronde.

Dario Gigante

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9 Responses to I fiori di Kirkuk: la recensione

  1. marta says:

    Davide Gigante…leggendo il tuo commento ho notato che NON HAI CAPITO PROPIO NIENTE.QUESTA è una Storia Vera.tu non hai capito il sacrificio d’amore che questa donna ha fatto,non per rendersi oggetto,nè per essere vista come una trasgressiva,ma semplicemente per salvare il suo uomo,donando anche la sua stessa vita!sei davvero un critico interdetto

  2. marta says:

    Oh scusa tanto…ho sbagliato il tuo nome, DARIO

  3. Menandro says:

    A mio parere il commento di Gigante, sottolinea in realtà la sua arguta conoscenza delle fiction reali proposte in tutte le salse, a tutte le ore, su tutti i canali.

    La superficialità di un commento così duro deriva forse dal fatto che il film pone l’accenti su vicende a lui magari poco conosciute e quindi per lui inusitate e incomprensibili??

    Il contesto storico della guerra Iran-Iraq, costituisce solo lo sfondo e non il focus della storia, ciò che più risalta è proprio il carattere dei singoli personaggi, in specie della protagonista il cui ruolo è secondo me, ancora più convincente dal momento che nel delinearlo vengono evitate facili banalizzazioni e non si lascia spazio a falsi buonismi.

    Proprio quei buonismi e banalizzazioni che molto spesso rendono molti film talmente banali ed il cui esito talmente scontato da poter essere anticipato da qualsiasi spettatore già all’intervallo.

    Incoraggiamo piuttosto la visone di questi film e lasciamo stare i santoni -recensori occasionali facili a vedere la pagliuzza e non la trave.

    Cordiali saluti

  4. Giorgio says:

    Dario….ma VAI A C****E!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    • sally says:

      @Giorgio, così come tutti gli altri: non vorrei essere costretta alla censura, per cui vi chiedo di usare toni pacati. Esprimete le vostre opinioni ma senza essere volgari ed offensivi nei confronti dell’autore. Grazie.

  5. Menandro says:

    Sally, a parte la critica di Giorgio non vedo altre opinioni volgari e offensivi…..Cerchiamo di non enfatizzare e cadere nel ridicolo più di quanto abbiate già fatto!

  6. Menandro says:

    Censurate pure,tanto ormai,in questo paese non sapete fare altro che questo,quando vi mettiamo in faccia alla realtà!

    • sally says:

      Cioè tu mi parli dei problemi del Paese all’interno di un post su un blog di cinema? O__o
      Mi pare di non aver censurato nessuno caro Menandro, ho semplicemente chiesto di usare un po’ di educazione, non dovresti pungerti visto che sei stato critico senza offendere, non mi pare di aver scritto il tuo nome nel mio commento. Forse avrei dovuto specificare “tutti tranne Menandro?” Ti invito a leggere anche il commento di Marta e poi ti chiedo: di fronte a quale realtà mi stai mettendo?

  7. Lobotomia says:

    @Menandro o @marta, visto che sei la stessa persona e ti firmi con due nomi diversi,
    fammi capire un pò parli di censura tu che invece usi diversi nick per attaccare? Dovresti renderti conto che il sistema, intelligentemente, ha soltanto capito che eri la stessa persona ma usavi un nick diverso. Ti reputavo intelligente al punto tale da capirlo, ma non è così, allora perchè mai dovresti essere in grado di giudicare un film, di giudicare il giudizio altrui o ancor di più di giudicare un’altra persona?

    E dove è il ridicolo poi? Il pensiero, la critica ed il giudizio di un autore che ha un curriculm pieno di esperienze e cultura da vendere?
    Perchè al posto di attaccare alla fine non ci dai la tua di recensione?

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