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Published on gennaio 30th, 2011 | by antoinedoinel

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Il discorso del Re: la recensione

Il discorso del Re: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Opera di somma sapienza artigiana, superiore a qualsiasi possibilità di scovarci significati nascosti o metaforici, limata e “puntuale”.

3.5

Buon Film


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Quando la radio diventa, in Gran Bretagna, uno strumento di comunicazione di massa, anche i membri della famiglia reale (allora imperiale) vengono chiamati a servirsene per proclami e messaggi alla nazione. Iniziano perciò a sfilare davanti ai microfoni l’anziano re Giorgio V, il figlio maggiore, principe di Galles, asceso al trono con il nome di Edoardo VIII, e il figlio cadetto duca di York, per i famigliari Bertie. Bertie, però, dalla più tenera età, è suo malgrado accompagnato da un disturbo che compromette seriamente la sua carriera di pubblico oratore: balbetta. E infruttuosi paiono essersi rivelati gli approcci terapeutici degli specialisti di corte. La disperazione conduce così Bertie e consorte, alleata fedele nella lotta alla balbuzie del duca, nello studio di un eccentrico logoterapeuta di origine australiana, Lionel Logue, il quale, con metodi eterodossi e una paziente amicizia, tesa a estirpare, dall’animo di Bertie tutte le gramigne interiori che ne ostacolano l’eloquio, otterrà risultati insperati. Quando poi, nel 1936, Edoardo VIII, poco dopo l’incoronazione, abdicherà per lo scandalo amoroso in cui si ritrova coinvolto, il potere migrerà nelle mani di Bertie. E mentre il Paese saluta re Giorgio VI, dall’Europa continentale venti gelidi impregnati di morte si sollevano a minacciare il globo. Nella guerra contro la Germania hitleriana, il Regno Unito necessita di un leader che lo arringhi e incoraggi. Ancora una volta, la radio tornerà prepotentemente in primo piano. Radio alla quale Giorgio VI, con il supporto di Logue, pronuncerà  il suo discorso più bello.

“Il discorso del re”, candidato a dodici premi Oscar

Il regista Tom Hooper ritorna, con “Il discorso del Re”, a sintonizzarsi sull’annosa passione per l’aristocrazia britannica, e, appoggiandosi all’ineccepibile sceneggiatura di David Seidler, imbastisce uno spettacolo titanico in cui la cura estenuante del dettaglio, la direzione esperta del set e l’amore per la materia narrata si rinsaldano reciprocamente. Costumi d’alta sartoria e scenografie inappuntabili, nella migliore tradizione del cinema inglese, una fotografia profondamente nordica, che avvolge i personaggi come la caligine londinese che spesso, negli esterni, pervade il campo, rappresentano il quadro ottimale in cui il talento degli attori possa rifulgere. Colin Firth, già premiato per il ruolo con il Golden Globe e candidato all’Oscar (che lo risarcirebbe della statuetta sfumata lo scorso anno per l’interpretazione di George Falconer in “A single man”), conferisce al suo Bertie tutte le sfumature psicologiche di un uomo tenero e vulnerabile gravato dal protocollo di una famiglia anafettiva, ma anche suscettibile e ciclotimico, capace di inconsulte, e poco regali, esplosioni d’ira. Interlocutore perfetto, con la sua straripante umanità, di una dialettica pungente e dolorosa, è Geoffrey Rush, nelle vesti di Lionel, impertubabile e paterno, accogliente eppur caustico. Eccellente anche la prova di Helena Bonham Carter, il cui training alla scuola ivoriana si lascia percepire, nel ruolo di Elisabeth, moglie tenace e devota (nella parte della regina Mary, riconosciamo, invece, un’anziana Claire Bloom). Consegnandoci, come morale, il messaggio, senza dubbio edificante, che ogni uomo, per potente o umile che sia, possa superare i limiti che lo ostacolano, e che anche i potenti sono, dietro la pubblica effigie, molto più fragili di quanto appaiano, “Il discorso del Re”, già vincitore al Toronto Film Festival e candidato a dodici premi Oscar, si distingue innanzitutto come un’opera di somma sapienza artigiana, superiore a qualsiasi possibilità di scovarci significati nascosti o metaforici, talmente limata e “puntuale” (a differenza del personaggio di Elisabeth, che si scusa continuamente per il ritardo) da sembrare, talvolta, progettata da un geometra più che sgorgata dal cuore di un cineasta appassionato, provvista di alcune sequenze esilaranti (Bertie che si abbandona al turpiloquio durante una seduta), ma, in definitiva, allineabile a una schiera ininterrotta di pellicole accademiche di pregiata fattura, tanto che, non ci si meraviglierebbe se, incassati i riconoscimenti che le auguriamo di ottenere, in pochi, un domani, ci ricordassimo di citarla.

Dario Gigante

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