Recensioni Winter Sleep

Published on Ottobre 6th, 2014 | by Erica Belluzzi

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Il regno d’inverno: la recensione

Il regno d’inverno: la recensione Erica Belluzzi
Voto CineZapping

Summary: Nuri Bilge Ceylan, fiore all'occhiello del cinema turco, già distintosi tre anni fa con C'era una volta in Anatolia, ha finalmente terminato un progetto cui lavorava da quindici anni e che grida ora al capolavoro.

4.5

Film Grandioso


User Rating: 4.2 (4 votes)

Le rose nella steppa

C’erano una volta, in un freddo castello della lontana Cappadocia isolato dal mondo e circondato solo da aride rocce, un re, sua sorella e la sua giovane bellissima moglie.

Tristi, passavano le giornate nutrendosi dei conflitti con cui appagavano tutta la loro meschina e troppo umana sensibilità.
Non è una fiaba, ma neanche un film di quelli cui siamo abituati: Il regno d’inverno- Winter Sleep, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, è innanzitutto un dramma da leggere.

Nuri Bilge Ceylan, fiore all’occhiello del cinema turco, già distintosi tre anni fa con C’era una volta in Anatolia, ha finalmente terminato un progetto cui lavorava da quindici anni e che grida ora al capolavoro.

Il regno d'inverno | Winter Sleep

Il regno d’inverno | Winter Sleep

Aydin (Haluk Bilginer), teatrante invecchiato, gestisce un piccolo albergo nel cuore della Turchia insieme alla moglie Nihal (Melissa Sözen) e alla sorella Necla (Ayberk Pekman), sofferente a causa del recente divorzio.
Pigri e codardi i tre si trovano isolati dalla neve che impietosa cade sul palcoscenico delle loro identità, obbligandoli al confronto reciproco.
Come il ringraziamento finale palesa, l’ispirazione venne a Ceylan da Čechov, ma non si cada nell’errore di voler usare la poetica del maestro russo quale chiave di lettura dell’opera.
I dialoghi sono molti, letterari e forse più adatti al teatro, ma è proprio tale commistione di diversi linguaggi a rendere l’opera capace di mutare natura, così come gli stessi protagonisti saltellano come cavallette da un’identità all’altra.
Il loro è un vero e proprio gioco al massacro.
Lui, arido padrone —della moglie, dell’albergo, delle persone— preferisce regnare nel suo guscio di noce piuttosto che uscire a confrontarsi col mondo. Lei, che da anni suona lo stesso tamburo stanco di lamentele e frustrazioni, passa le giornate impegnata a raccogliere fondi per i bisognosi, mentre la sorella, convinta d’essere immune a tale dinamiche, osserva i gesti autolesionisti dei due che odia, e da cui vorrebbe scappare.

Ma nessuno se ne andò. Perché?

Winter Sleep

Winter Sleep

Col suo primo movimento la camera si avvicina sempre più ad Ayal fino a farci letteralmente entrare in lui, respirare affannosamente quell’aria satura di rancore e cinismo, tanto da spronarci a rispondere agli interrogativi che i tre continuamente sollevano, addentrando si in regioni universale interesse.

Fitzgerald ha scritto che ogni esistenza è un’impresa di demolizione, ed è proprio questa la direzione che il protagonista, sempre protetto dal suo lungo cappotto nero —quasi fosse un mantello regale— segue: la distruzione necessaria al sorgere di una vita nuova, vera.

Diverse scene girate in campi e controcampi —di bergmaniana memoria— ci rendono ancora più partecipi, quasi voyeuristi spettatori, della resa dei conti della coppia, soddisfando il nostro sadico piacere sulle note, dolcissime, della sonata numero venti di Schubert.

Meravigliosa, rarefatta bellezza.
Chi scrive uscito dalla sala buia del cinema, ha alzato gli occhi verso il cielo, come spettandosi di veder cadere qualche bianco fiocco di neve.

 

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