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Published on Novembre 18th, 2020 | by sally

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La regina degli scacchi, recensione della serie Netflix

La regina degli scacchi, recensione della serie Netflix sally
Voto CineZapping

Summary: Emozionante senza mai essere smielata, mai noiosa né ripetitiva.

5

Perfetta Anya Taylor-Joy


User Rating: 4.6 (1 votes)

Era da un po’ di tempo che Netflix non regalava una serie nuova che suscitasse tanto interesse ed entusiasmo com’è accaduto per “La regina degli scacchi”. C’è ancora la possibilità che vengano prodotte serie di qualità che non abbiano come target solo gli adolescenti? Pare di sì, almeno per ora. La storia si basa sull’omonimo romanzo del 1983 di Walter Tevis. La serie, diretta da Scott Frank, conta sette episodi che raccontano la storia incredibile di Elizabeth “Beth” Harmon, enfant prodige della scacchiera che ha affinato la sua arte nel seminterrato dell’orfanotrofio in cui è cresciuta.

Un talento subito riconosciuto e valorizzato, a suo modo, da Mr. Schaibel (Bill Camp), il custode burbero e silenzioso che per primo ha scommesso sulla piccola Beth. Una scommessa che l’ha portata in giro per il mondo affiancata dalla madre adottiva, Alma Whatley (Marielle Heller): le due si supportano a vicenda, affrontando a modo loro differenti tipi di perdita. I soldi che aumentano, i bei vestiti e i viaggi in aereo sono una potente distrazione ma, per citare un passaggio di “Radiofreccia”, “da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddy Merckx” e Beth, per quanto talentuosa e invidiata per il suo fascino e il suo successo, gira il mondo portandosi dietro i suoi demoni, senza avere mai abbastanza forza da volerli sconfiggere. Beth non ha alcuna intenzione di perdere le sfide sulla scacchiera, il mondo in cui si rifugia perché è prevedibile e tutto si può controllare, al contrario della realtà, che con lei non è stata poi molto clemente.



L’eterna dicotomia

Quella di Beth Harmon è una figura che, ancora una volta, mette in luce il talento di una donna in un mondo in cui gli uomini sono predominanti. E, miracolo, questa serie tv riesce a tenere incollati allo schermo, facendo nascere un’inaspettata passione per gli scacchi. Forse l’effetto è dovuto alle dita armoniose di Anya Taylor-Joy (che ha dovuto imparare davvero a giocare), che si muovono quasi danzando sulla scacchiera, facendo sembrare questo gioco molto meno difficile. Tutto si sarebbe potuto pensare, tranne che una serie basata sugli scacchi potesse essere avvincente. E invece lo è: il merito è sicuramente della protagonista, la Taylor-Joy strega lo spettatore – al punto da farsi perdonare tutti i brutti ricordi che di lei conservano i fan di “Peaky Blinders”. Funziona benissimo anche il resto del cast e l’epoca in cui la serie è ambientata è quasi sempre una garanzia. Gli anni Cinquanta e Sessanta, l’eleganza dei costumi, l’evoluzione della figura della donna e, in sottofondo e appena percettibili, i movimenti radicali dell’epoca mentre sul grande scacchiere internazionale si contrappongono gli USA e l’URSS.

Si era già fatta notare, Anya Taylor-Joy, ma con “La regina degli scacchi” (The Queen’s Gambit) è stata consacrata al successo, ottenendo lo spazio che merita. Racconta con grazia ogni singola sfumatura del suo personaggio, ne interpreta benissimo le sofferenze e l’approccio diffidente, freddo e distaccato verso il mondo, sempre in contrasto con quella curiosità naturale che da bambina le ha permesso di scoprire il suo dono. Nonostante il dramma interiore e gli eccessi che rischiano di distruggerla, Beth è in grado di rimettersi in piedi, anche grazie al supporto di chi riesce ad amarla e apprezzarla per quello che è e riesce a scorgere le sue fragilità anche oltre la barriera che lei ha messo tra sé e gli altri. Dalla deliziosa e sboccata Jolene (Moses Ingram), passando per Townes (Jacob Fortune-Lloyd), Benny Watts (Thomas Brodie-Sangster) ed Henry Beltik (Harry Melling).



Solo tornando ai luoghi dell’infanzia, ripercorrendo il suo passato e dopo un commovente pianto liberatorio, Beth è pronta a riprendere la sua vita e tornare in campo con la determinazione di sempre. I suoi momenti di genialità sono accompagnati dalle musiche di Carlos Rafael Rivera, che giocano un ruolo fondamentale nel raccontare il crescendo di emozioni che lo spettatore prova insieme alla protagonista, soprattutto durante la sfida più importante della sua vita, quella con Vasily Borgov (Marcin Dorocinski). Una volta giochi coi bianchi, una volta giochi coi neri: la vita è fatta di contrapposizioni ed ogni ostacolo si supera credendo nelle proprie capacità. Quella di Beth Harmon è una sorta di favola che racconta quella che molti definirebbero un’anti-eroina, una donna piena di difetti e con tendenze autodistruttive che, crescendo, scopre quanto sia importante sapersi amare e aprirsi agli altri.

Emozionante senza mai essere smielata, mai noiosa né ripetitiva e fortunatamente non pervasa da quel femminismo sbrodolato perché di tendenza, “La regina degli scacchi” è una di quelle serie che ti rapiscono subito e che non vedi l’ora di scoprire come va a finire, perdonando qualsiasi imperfezione. Una seconda stagione? Se ne sente già l’odore nell’aria ma, a dire il vero, sarebbe perfetta già così.

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