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Published on dicembre 20th, 2010 | by antoinedoinel

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L’esplosivo piano di Bazil: la recensione

L’esplosivo piano di Bazil: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Regia e montaggio rendono un servizio ineccepibile allo scorrere della pellicola, nella mordente successione di inquadrature acrobatiche, scattanti carrelli e dettagli tipici di Jeunet.

3.5

Buon Film


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Ecco a voi il favoloso mondo di Jean Pierre Jeunet. Un mondo popolato di individui eccentrici e surreali, artigiani di congegni e garbugli che hanno del magico, abbracciati dai tentacoli di una realtà che sconfina nel sogno, poetici viandanti di una Parigi fiabesca, irradiata da una luce color dell’ambra, sospesa in un’atmosfera fuori dal tempo. L’immaginifico regista francese, che ha incantato le platee mondiali con le policrome avventure della sua eroina Amélie (e si è dimostrato capace anche di opere di più profondo respiro, come l’incantevole “Una lunga domenica di passioni”), ci riprova, ancora una volta al fianco del fidato sceneggiatore Guillaume Laurant, con un film che rappresenta l’apoteosi sgangherata e impetuosa di una creatività sciolta da briglie o guinzaglio.

La locandina de “L’esplosivo piano di Bazil”

“L’esplosivo piano di Bazil” è la storia di un giovane uomo, il Bazil del titolo italiano, che si trova a essere due volte vittima della spietata industria delle armi. Quando, da piccolo, perde il padre, incappato in una mina antiuomo durante un’operazione di bonifica nel Sahara occidentale, e quando, adulto, capita suo malgrado al centro di un conflitto a fuoco fra malviventi, e una pallottola gli si conficca (senza più uscirne) nella fronte. Persi casa e lavoro dopo la disgrazia, Bazil, ormai un senzatetto che sopravvive di espedienti, viene adottato da una “famiglia” di derelitti che crea oggetti mirabolanti recuperando i pezzi di scarto della società abbiente. Il giovane, però, conosce il nome e l’indirizzo della fabbrica i cui manufatti gli hanno devastato l’esistenza. E, insieme ai nuovi compagni di strada, attuerà una vendetta roboante infiammando la rivalità fra i due principali produttori di armi di Francia. Fra stabilimenti industriali che esplodono (ma senza vittime), agildonne che s’infiltrano dentro palazzi-fortezza, personaggi stralunati e gag a rotta di collo, Jeunet ci spinge con consumata abilità dentro la giostra di un film incalzante, che inchioda alla poltrona e diverte anche il più ombroso e accigliato degli spettatori. Uno spettacolo in cui l’inverosimiglianza la fa da padrone, ma che forse proprio per questo ci piace, come l’ipotesi, purtroppo utopica, che un branco di poveri diavoli armati solo della loro fantasia e vitalità possa mettere alla gogna magnati dell’industria bellica collusi con i governi, democratici o meno, di mezzo globo. Lo schermo deborda di creazioni visive straripanti, lontane mille miglia dalla politica dell’effetto digitale e del 3D, e cigolanti di una maestria artigiana non molto dissimile da quella degli amici rintronati di Bazil, in grado di ricreare un elicottero in un furgoncino dismesso. Regia e montaggio rendono un servizio ineccepibile allo scorrere della pellicola, nella mordente successione di inquadrature acrobatiche, scattanti carrelli e dettagli (vedi il caso dell’anatomia umana) tipically Jeunet. E l’immaginazione prende, talvolta, anche il sopravvento sulla coerenza estetica: una gioia per gli occhi i titoli di testa in stile Golden Age hollywoodiana, in raccordo a “Il grande sonno” di Hawks che il protagonista guarda in dvd, ma cosa ci azzeccano con il resto del film? Così come le fotografie dei bambini mutilati da mine e granate appaiono come una macabra e pietistica esibizione di dolore che non si amalgama al timbro dominante, e sulla cui opportunità ci si interroga. Un cast formidabile arrichisce ulteriormente la straordinaria umanità incubata nel copione. Il Bazil di Dany Boon (“Giù al Nord”) è una figura di chapliniana goffaggine e maliconia, che si desidera abbracciare sfondando lo schermo, mentre, ramingo e affamato condivide gloria e incassi grami con una cantante di strada o quando si ingegna, per allentare la tensione, in esercizi cerebrali bizzarri. E se, nel gruppo dei barboni, non possiamo non riconoscere la sempre brava Yolande Moreau, ormai l’attrice più richiesta Oltralpe, uscito dagli annali del cinema francese d’autore, l’inossidabile André Dussolier, già voce narrante in “Amélie”, ci dispensa un ritratto d’armatore collezionista di reliquie d’esilarante, imperbile e patetico cinismo, un cattivo pasticcione destinato al sacrificio sull’altare dell’immancabile lieto fine.

Dario Gigante

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