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Published on maggio 2nd, 2018 | by Elide Messineo

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Loro 1: la recensione del film di Paolo Sorrentino

Loro 1: la recensione del film di Paolo Sorrentino Elide Messineo
Voto CineZapping

Summary: Tra nonsense ed esagerazione, Sorrentino si fa più disturbante.

3

Esagerato


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Del “tutto vero, tutto falso” si potrebbe dire che è una paraculata pazzesca ma a Paolo Sorrentino piace essere così, sempre un po’ ambiguo, che non si capisce mai da che parte stia veramente.

“Loro 1” è pieno zeppo di elementi ricorrenti della cinematografia del regista napoletano, solo che attira maggiormente l’attenzione perché parla di “lui”, Silvio Berlusconi. Impersonato da Toni Servillo – sempre in ottima forma -, il quale riesce ad esaudire sempre ogni desiderio di Paolo Sorrentino. La storia, influenzata forse dallo strascico seriale di “The Young Pope” arriverà al cinema divisa in due parti, la seconda il 10 maggio. La prima parte di “Loro” è l’estremizzazione dei temi de “La grande bellezza“, praticamente il risultato del film su Jep Gambardella svuotato della poesia, riproposto in chiave disturbante. Ci troviamo di fronte alle classiche scene surreali che tanto piacciono a Sorrentino, animali improbabili in posti altrettanto improbabili. Ci ha già abituati a fenicotteri, canguri e giraffe, stavolta si è lungamente discusso della povera pecorella della scena d’apertura, ma in molti hanno sottovalutato il Rinoceronte che passa, impetuoso, di fronte al Colosseo Quadrato. Lo stesso rinoceronte dell’opera da teatro dell’assurdo di Ionesco, che solo quello già sarebbe sufficiente per una lunga discussione. Nell’opera originaria, il rinoceronte potrebbe simboleggiare la realtà schiacciante e l’impeto degli eventi ma Ionesco tratta anche il tema delle metamorfosi, tutti elementi che tornano anche in “Loro 1“. Gli eventi travolgono tutti i personaggi che ruotano attorno alla figura di Silvio Berlusconi come l’iperbolicissima scena della spazzatura che vola dal camion dell’AMA esploso in mezzo ai Fori Imperiali; le persone che lo circondano, dalla moglie a chi ambisce a diventare come lui, subiscono una vera e propria trasformazione in sua funzione. A parte questo, un rinoceronte che corre per le strade di Roma potrebbe essere puro e semplice nonsenso, tanto Paolo Sorrentino con quello ci va a nozze.



Il fascino del grottesco

Non è una novità il fascino che personaggi come Berlusconi esercitano sulla fantasia di Sorrentino. Tutte le sue opere – film, serie tv, libri – ruotano attorno a figure simili a quella del Berlusconi di “Loro 1“. Che, attenzione, non è il Berlusconi uomo politico com’era accaduto per l’Andreotti de “Il Divo“; almeno, non in questa prima parte. È un Berlusconi annoiato, egocentrico, che ama circondarsi di giullari disposti a fare qualunque cosa pur di sollazzarlo. Uomo a tratti malinconico, burattinaio nel pubblico alle prese con il privato, con una moglie ormai definitivamente ostile, e che arriva a un’ora dall’inizio del film. Perché il film parla di “Loro“, quelli che una definizione vera e propria non ce l’hanno – e di quello che sono disposti a fare per “Lui”. Sulla base del “tutto vero, tutto falso”, Sorrentino fornisce una sorta di caricatura di Silvio Berlusconi, nella caratterizzazione ma anche nell’aspetto, avvalendosi di un cavallo vincente come Toni Servillo. Si aggrappa alla descrizione del personaggio sfruttando in toto il significato più etimologico della parola “simpatia”. Con sguardo curioso, il regista si avvicina alla figura del Cavaliere, la scruta, ne condivide gioie e dolori, le rielabora tirando fuori un film esagerato in cui abbandona una volta per tutte i rimandi felliniani, almeno quelli in forma esplicita. Come ha già sottolineato qualcuno, tra fiumi di cocaina e prostitute, “Loro 1” è molto più vicino alla filmografia di Martin Scorsese, ricorda i party selvaggi di Leonardo DiCaprio in “The Wolf of Wall Street”. Anche in quel caso, però, di immaginario in fondo c’era ben poco. C’è chi ha definito il film volgare ed in effetti lo è, tantissimo. È l’essenza del “cafonal”: se da una parte potrebbe sembrare un’esagerazione del regista che ha calcato troppo la mano, dall’altra non è niente di diverso da ciò che è emerso dal berlusconismo, dai contenuti della sua televisione a quelli delle sue barzellette.

Paolo Sorrentino gioca a mescolare la sua immaginazione con fatti realmente accaduti, mette insieme più identità per lasciare lo spettatore confuso sul gioco del vero-falso (e, per dirla come Crozza, anche per evitare qualche denuncia). Il Bondi (Fabrizio Bentivoglio) del film corrisponde sia all’originale che a Formigoni, tanto per citarne uno. Silvio Berlusconi si auto-riassume in poche frasi che esprimono l’essenza di tutto il suo pensiero: quando insegna al nipote la verità sulla verità, per esempio. La seconda parte del film si concentra molto anche sul suo rapporto con Veronica Lario (Elena Sofia Ricci), una donna frustrata e ormai stanca, a conoscenza di tutti gli intrallazzi dai quali vuol prendere le distanze. C’è un Berlusconi materialista, che tenta di conquistarla col diamante mentre lei è nostalgica, ripensa a quando tutto era più semplice. C’è poi il Berlusconi romantico, che lotta contro se stesso, che mette da parte Apicella per stupire Veronica con Fabio Concato, in carne ed ossa, che arriva solo per cantare la loro canzone. Dal punto di vista estetico, Paolo Sorrentino sembra perdere la presa quando la storia si sposta in Sardegna. A meno che non sia voluto, appare evidente di come riesca ad essere perfettamente a suo agio con la Capitale – la conosce come le sue tasche e ha già fatto “gavetta” in precedenza. Con Roma, poi, si vince facile. In Sardegna questo aspetto sembra essere più incerto e meno curato. Ma siamo nel cuore del trash, dei festini a base di MDMA. I temi de “La grande bellezza” sono portati al loro estremo, c’è una decadenza esponenziale, al limite del fastidio, l’umano squallore è circondato da toni però più comici rispetto ai film precedenti. Come ha sottolineato qualcuno, il rapporto Berlusconi-Lario ricorda i battibecchi della tv di “Casa Vianello”. Non mancano i rimandi a Mike Bongiorno e non è da escludere che il rapporto, così descritto, non sia una citazione di quella tv che ha contribuito ad accrescere il potere berlusconiano. Quella da cui si mostra assicurandosi di piacere alle massaie e dalla quale esclude ogni possibilità di crescita culturale. Tutto è frivolo e superficiale e sotto la crosta, scava e scava, non c’è nulla. Contrariamente a quanto accadeva nella Roma decadente di Gambardella, il sogno, qui, è già svanito.


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