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Published on novembre 30th, 2010 | by antoinedoinel

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The killer inside me: la recensione

The killer inside me: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Film che ha tutto l’aspetto di una silloge di suggestioni e situazioni già scorse.

3

Buon Film


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Un conto in sospeso con Conway, il magnate locale del petrolio, il mistero mai disappannato di un fratellastro morto proprio in uno dei cantieri del milionario, rappresenta, per il vice-sceriffo Lou Ford, il pulsante che, una volta pigiato, risveglierà gli impulsi più efferati innescando un articolato meccanismo di sangue e di morte. Con The killer inside me, complessa co-produzione internazionale presente, l’inverno scorso, alla Berlinale, l’ormai celebre regista britannico Michael Winterbottom traspone l’omonimo romanzo di Jim Thompson (1952), già portato sullo schermo nel ’76, senza alterarne l’ambientazione cronologica. Sono l’opulenza e il perbenismo dei gloriosi Fifties, infatti, a costituire lo sfondo di una vicenda che si consuma quasi per intero tra i miasmi soffocanti di Central City, piccolo centro pertrolifero del Texas (benché il film sia stato girato fra Oklahoma e New Mexico). Lou (Casey Affleck) è un rappresentante integerrimo delle forze dell’ordine, ma è soprattutto l’espressione canonica di una middle class provinciale e mansueta, un americano medio fin dal cognome. Fidanzato con Amy (Kate Hudson), una giovane benestante (e petulante), conduce una vita metodica e ordinaria in un luogo desolato e privo di svaghi, o, quanto meno, ha saputo ricomporre in un’inappuntabile rispettabilità i cocci di devianze e turbamenti familiari di cui non parla. Quando il petroliere gli affida l’incarico di allontare dalla zona Joyce (Jessica Alba), la giovane prostituta che sta compromettendo il figlio, Lou accetta l’incarico senza prevedere che il primo sopralluogo nella casa della meretrice coinciderà con il principio di una relazione sadomasochistica di sesso e botte, culminante nel duplice omicidio di lei e del facoltoso rampollo. Il sentimento di rivalsa degenera nella scoperta e nell’atroce attuazione di  turpi e sinistre potenzialità, lungo un percorso che, miscelando putredine morale, psicosi e il lucido perseguimento di obiettivi scellerati, trasforma Lou in un assassino seriale.

La locandina di “The killer inside me”

Le assonanze con motivi già circolati, al cinema come in letteratura, si sprecano, in un film che ha tutto l’aspetto di una silloge di suggestioni e situazioni già scorse. In un Texas arido e inospitale, che, quel che è certo, non è un paese per vecchi, la discesa agli inferi del vice-sceriffo Ford, tra donne travianti e luciferi interiori, sotto il peso grave di un passato che non si lascia dimenticare, disegna il tracciato di un noir con tutti i crismi del  genere, compresa la voice over narrante del protagonista. Nulla di male. La settima arte è, in fondo, un vasto agglomerato di rimandi interni. Le lagnanze giungono, però, quando la ripresa si traduce in un depotenziamento di ciò che è stato affrontato meglio altrove. Come avviene in questo caso. La sceneggiatura di John Curran non rappresenta un valido sostegno alla regia grintosa di Winterbottom, che, isolata nella propria eleganza, si trova a brancolare nelle piste di uno sviluppo sconclusionato e farraginoso, il cui unico asse finiscono per essere un Affleck invasato come una baccante e i suoi occhi di ghiaccio. Il tema della precarietà  del confine che divide la giustizia dalla vendetta, ma soprattutto un uomo retto e morale da un delinquente, dominante l’opera del Fritz Lang americano, viene liquidato con una superficialità corriva. Un delitto attira l’altro, e ci ritroviamo così a sfogliare l’impaginazione diligente di un resoconto criminale. Penalizzata, qui e là, da alcuni cedimenti nella verosimiglianza dell’insieme (la scelta di Jessica Alba, pregiata bellezza della West Coast, nel ruolo fatale della sgualdrina di provincia appare quanto meno discutibile), ma anche dall’assenza, fra i molti pugni sferrati, di un reale cine-pugno. Winterbottom difetta di un’autentica violenza della visione, attenendosi solo all’ordinario protocollo di sparatorie, incendi e pestaggi valido al cinema come in televisione; e, condannandoci, in un film con la presunzione di esplorare anche i risvolti trucidi dell’eros, a scene di sesso bollenti solo per la temperatura degli interni, nelle quali, a una spanna dal ridicolo, Affleck, come le due torride partners,  fatica a sfilarsi la biancheria intima (!).

Dario Gigante

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