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Published on ottobre 16th, 2014 | by Erica Belluzzi

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These final hours-12 ore alla fine: la recensione

These final hours-12 ore alla fine: la recensione Erica Belluzzi
Voto CineZapping

Summary: L'esordiente Zak Hilditch immagina la reazione di diversi tipi di umani di fronte ad un drastico evento, raccontando il mondo presente attraverso una visione nichilista.

2.5

Parabola sull'aggressività umana


User Rating: 2.5 (1 votes)

Vi sono rimaste solo dodici ore. Dodici ore alla fine di tutto.
Cosa fareste?

Questa la domanda cui Zak Hilditch, regista e sceneggiatore esordiente, cerca di rispondere in These Final Hours-12 ore alla fine, presentato alla Quinzaine des Réalizateurs di Cannes, nelle sale italiane dal 30 Ottobre.

È l’ultimo giorno sulla terra prima che un evento catastrofico non meglio identificato — forse l’apocalisse, magari quella fine dei tempi cui i media tanto inneggiano o una meritata punizione al genere umano— ponga fine a questa vita.
James (Nathan Phillips) moderno vitellone trentenne, attraversa le strade di una città che non conosce legge, governata solo dall’umana disperazione.
La consapevolezza della fine pare autorizzare gli ultimi rimasti a dar libero sfogo agli istinti più animaleschi e brutali cui James assiste attonito, fino a quando l’incontro con una bambina di nome Rose (Angourie Rice) alla disperata ricerca del padre, lo pone di fronte a una sfera di moralità e amore che pare aver dimenticato o forse mai conosciuto.

12 ore alla fine

Il film, girato a Perth nell’arco di cinque sole settimane tra ottobre e novembre 2012, nasce dal personalissimo tentativo del regista di immaginare come diversi tipi umani potrebbero reagire ad un improvviso e drastico evento, il tutto attraverso stilemi e soluzioni propri di stili e generi opposti: dal fantascientifico al thriller, dal film di ricerca personale al dramma.

Se la pellicola deve molto al più fortunato The Road di John Hillcoat dalla scelta dei protagonisti — sempre un adulto e un bambino —, alla rappresentazione di un terra desolata abitata ormai solo da gruppi di malvagi alieni da qualsiasi umanità, si distingue però dai moltissimi esperimenti che negli ultimi anni hanno invaso il cinema internazionale, vagheggiando di catastrofi naturali o annientamenti totali.
Merito del giovane regista australiano è infatti l’aver cercato di dare al suo prodotto un risvolto più squisitamente psicologico-introspettivo, una sorta di racconto su un incontro tra individui smarriti che cercano, almeno alla fine dei tempi, di redimersi e ritrovare la retta via.

È una visione nichilista del mondo presente, una parabola sull’egoismo e l’aggressività umana che invita lo spettatore a chiedersi se non sarebbe forse il caso di cominciare oggi a cambiare le cose, senza bisogno del giogo della fine dei tempi.

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