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Recensioni

Published on marzo 1st, 2012 | by alessandro ludovisi

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De la guerre: la recensione

De la guerre: la recensione alessandro ludovisi
Voto CineZapping

Summary:

3.85

Film Grandioso


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“De la guerre” (titolo ispirato dal trattato di strategia militare di Carl von Clausewitz) è un film grottesco francese del 2008 diretto da Bertrand Bonello (“Le pornographe”, “Tiresia”, “L’Apollonide”) e interpretato dallo scomparso Guillaume Depardieu (“La duchessa di Langeais”, “Tutte le mattine del mondo”), Clotilde Hesme (premio César per “Angèle e Tony”), Michel Piccoli (“Salto nel vuoto”) Mathieu Amalric (“Lo scafandro e la farfalla”) e Asia Argento (“Go  Go Tales”, “XXX”).

Il film

Bertrand è un regista che, impegnato nelle ricerche per il suo prossimo film, si imbatte nel proprietario di una agenzia di pompe funebri a cui chiede di poter restare oltre l’orario di chiusura per poter rimanere da solo alla ricerca di una particolare ispirazione. Una volta chiuso il negozio Bertrand –  incuriosito – decide di infilarsi in una bara che, accidentalmente, si chiude lasciandolo intrappolato una notte intera. Una volta liberato verrà portato in un luogo isolato, apparentemente gestito come una struttura militare, in realtà una setta frequentata da persone alla ricerca del piacere, “governati” dalla ambigua Asia Argento.

De la guerre

Giudizio sul film

Visionario, ricco di citazioni (a cominciare dal titolo) “De la guerre” è un film di difficile lettura, forse impossibile, alla prima visione in cui siamo bombardati da immagini oniriche in un surrealismo di sfondo che tanto sa di omaggio ai vari Lynch e Cronenberg. In effetti il film è ricco di citazioni più o meno espresse, da “Apocalypse Now” a “Eyes Wide Shut” dimostrando un vezzo all’ossequio da parte del regista, che si autocita chiamando il protagonista del film Bertrand, casualmente anch’egli regista cinematografico, facendo supporre che si sia fatto più affidamento su rimandi biografici piuttosto che sulla estemporaneità pura.

Il film inizia con una suggestiva scena in una agenzia di pompe funebri, con il regista imbranato che resta intrappolato salvo poi essere liberato al sorger del sole emergendo dalla bara con movenza vampiresca. Segnato dalla nottata viene catapultato in un nuovo mondo dove l’apparente rigidità sembra essere motivo necessario per il raggiungimento di un livello superiore, in cui evaporati pensieri e paure, si può raggiungere una felicità perenne. Il tutto in una suggestiva calma in antitesi con il caos della frenetica Parigi. Non una vera comune, non una vera setta, quel mondo ricco di un simbolismo sfrenato risulta essere un microcosmo in cui ogni movimento e gesto è funzionale al raggiungimento dell’obiettivo. Eppure sembra di vivere un sogno continuo tanto da poter convincere lo spettatore di trovare delle analogie con l’iniziale chiusura nella bara.

Nonostante la confusione, la pellicola (piuttosto lunga) si lascia guardare con piacere, a patto di dimenticare qualsiasi logica cinematografica. Importante e decisamente all’altezza il cast con Mathieu Amalric, nei panni del Bertrand confuso, la “nostra” Asia Argento nelle vesti della sacerdotessa appassionata di musica elettronica (e anche qui non crediamo sia casuale considerato che la figlia di Dario Argento è anche una abile DJ) e lo scomparso Guillaume Depardieu, qui in una delle sue interpretazioni migliori, sofferente ma con grande dignità,  che riesce a conferire al suo personaggio, una sorta di “delfino” della sacerdotessa, il giusto spessore.

“De la guerre” è stato presentato nel 2008 al Quinzaine des réalisateurs di Cannes e al Festival del Cinema di Roma, anche se, nel nostro paese, non ha avuto il giusto successo. Consigliamo vivamente il recupero, favorito dalla iniziativa di IndieFrame che presenta sul sito di riferimento un ricco catalogo di opere tra cui quella di Bonello, acquistabile in versione DVD o in streaming.

Commenti finali

Il regista francese ha realizzato una pellicola in cui traspare una forte impronta personale con dichiarati omaggi a registi, cantanti, film e musiche d’autore, da Cronenberg a Bob Dylan. Appare chiaro il suo tentativo di mostrare un microcosmo autarchico, come panacea per il raggiungimento della felicita anche se, soprattutto nel finale del film, sembra ravvedersi come se il richiamo del caotico macrocosmo fosse decisamente indomabile.

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