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Published on Novembre 29th, 2012 | by alessandro ludovisi

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Paranormal Activity 4: la recensione

Paranormal Activity 4: la recensione alessandro ludovisi
Voto CineZapping

Summary:

2.5

Film Mediocre


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Tutto ha avuto inizio in California nel 2006, nella villetta di Micah e Katie, una coppia di fidanzati scossi dgli eventi inspiegabili che si verificavano nella loro abitazione. La pellicola decretò, ancora una volta, il successo del mockumentary come genere e del found footage come arteficio narrativo. Gli incassi – notevoli – e l’intressamento di Steven Spielberg (che sembra abbia contribuito al finale della pellicola consigliando al regista Oren Peli un finale alternativo) hanno fatto di “Paranormal Activity” un piccolo fenomeno di culto. Inevitabile arrivò sugli schermi anche il secondo capitolo, una sorta di prequel che riempì i buchi narrativi del primo film introducendo nuovi personaggi, compresa Kristi, la sorella di Katie, e il piccolo Hunter. Del 2011 è invece Paranormal atto terzo, un ulteriore prequel che ci mostra le due sorelle nel 1988 e spiega l’inizio della maledizione. Non poteva mancare un quarto capitolo, e temiamo non sia l’ultimo, ambientato ai giorni nostri e considerato una sorta di sequel di “Paranormal Activity 2“.

Trama

Una coppia, con una figlia adolescente e un altro figlio più piccolo, decide di ospitare Wyatt, il bambino della vicina che è stata recentemente costretta al ricovero ospedaliero. Lei è Katie, la protagonista della saga, che vediamo in un breve flashback collegato ai fatti di “Paranormal 2”, insieme al piccolo Hunter. Una volta  che Wyatt fa in suo ingresso in casa iniziano degli strani fenomeni paranormali che coinvolgono soprattutto la figlia adolescente, la prima ad accorgersi degli strani avvenimenti. Sarà aiutata dal suo fidanzato, l’unico che le crede, mentre allo scetticismo dei genitori si aggiunge l’inquietante amicizia tra  lo stesso Wyatt e il suo coetaneo Robbie.

Paranormal Activity 4

Giudizio sul film

Il canovaccio rimane simile, anche in questo caso: amatorialità, volutamente ricercata, soggettiva e creazione di una suspense che spesso rimane fuori dallo schermo, immaginata e per questo più angosciante. Ancora una volta sono determinanti le tecnologie con una scelta varia di supporti multimediali dagli smartophone, al pc alla console per videogiochi che contribuiscono alla veridicità della storia (in una qualsiasi casa è infatti impensabile non trovare una ragazza adolescente che chatta con il fidanzato o un bambino senza videogame) ampliandola e rendendola attuale (ricordiamo, invece, come in “Paranormal Activity 3”ambientato nel 1988 – a farla da padrone era il VHS). Soprattutto nella prima parte è compito dello spettatore immaginare il terrore, sospettando, alludendo e scrutando ogni angolo dello schermo in attesa di un oggetto in caduta libera, o  di un presenza demoniaca. Funzionerebbe anche bene se non fosse per l’allenamento del pubblico che risulta immune grazie alla maturità acquisita in questi cinque anni di franchise. Il film raggiunge una messa in scena più apprezzabile nella seconda parte quando, oltre all’immaginario, viene nutrito anche il nostro lato più perverso di voyeur con un orrore finalmente in mostra, tangibile e, soprattutto, inaspettato (grazie a una brillante idea alla base dello script e una imprevedibile sorpresa). Il finale – aperto – rende parzialmente giustizia all’idea di un quarto capitolo e soddisferà i più accaniti fan della saga  mentre lascerà piuttosto indifferenti gli altri. Fosse stato realizzato dieci anni fa avremmo parlato di “innovazione” piuttosto che di “tradizione” ma , a volte, per rimanere troppo ancorati a quest’ultima si rischia di servire un piatto freddo, quello classico della tavola calda che non cambia mai. Troppo poco per in fan del genere che a volte meriterebbero un nuovo “piatto del giorno”.

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