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Published on novembre 8th, 2010 | by antoinedoinel

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Potiche: la recensione

Potiche: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Film innocuo e spassoso, colorato e distensivo, prodotto ideale per una domenica pomeriggio di relax culturale.

3.5

Buon Film


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Per potiche, che un fastidioso sottotitolo traduce come “bella statuina”, s’intende, Oltralpe, un oggetto ornamentale sofisticato e inutile. Per traslato, la consorte piacente e sottomessa di uomini in vista. Francia, 1977. Suzanne (Catherine Deneuve) è un esempio canonico di potiche. Legata senza passione al tirannico Robert Pujol (Fabrice Luchini), che amministra la fabbrica di ombrelli portatagli da lei in dote nuziale, Suzanne trascina i suoi giorni nella scatola aurea di una villa faraonica, nella sontuosità di un giardino sconfinato dove pratica il footing e la salutare ginnastica mattutina, nella futilità di versetti penosi che compone sul suo taccuino. Madre di due figli ormai adulti, una Barbie altezzosa e meschina e un ragazzotto patito d’arte con le idee confuse sul futuro e sulla società, Suzanne veleggia sinuosa lungo una quotadità scandita dai dictat del marito e dall’ipocrita accettazione di sgarri e tradimenti. Finché la situazione non precipita. La gestione retriva di Robert mette in subbuglio gli operai dell’azienda, che indicono uno sciopero muscolare per rivendicare diritti basilari negati da un padrone reazionario. La salute cagionevole di Robert non reggerà l’impatto con la veemenza dei lavoratori, e, messo ko da una serie di cedimenti cardiaci, il capo sarà costretto a cedere lo scettro alla moglie. Suzanne si dimostrerà capace, con i modi signorili che le appartengono, e con il supporto del sindaco locale e deputato comunista Maurice Babel (Gérard Depardieu), co-pratagonista di una scappatella extra-coniugale di madame Pujol, non solo negozierà una soluzione con gli operai, all’insegna della conciliazione paternalistica a cui il padre aveva ispirato la presidenza dell’impresa, ma anche a iniettare, negli assetti produttivi, un’endovenosa di rinnovamento che ingrasserà le casse della fabbrica. Ma a rimanere confinato in un angolo, a diventare lui il potiche di turno, il marito non ci sta. E si prepara alla guerra.

Catherine Deneuve, protagonista di “Potiche”

Dalla commedia di Pierre Barillet e Jean-Pierre Crédy, l’iperproduttivo François Ozon (ancora nelle sale di seconda visione, ammesso e non concesso che in Italia ne esistano ancora, ha da uscire il precedente Il rifugio), scrivendo di suo pugno l’adattamento e dirigendo, quindi, il set, ha tratto questo film innocuo e spassoso, colorato e distensivo, in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Potiche, piacevole per l’occhio come un vaso, per l’appunto, ornamentale, è il prodotto ideale per una domenica pomeriggio di relax culturale, in virtù di una sceneggiatura tanto scoppiettante quanto balzana, che cattura chi non voglia porsi interrogativi in esubero e deluderà (ma non troppo) che vi ricerchi coerenza e credibilità. Una trama che scivola agile come su un pavimento cerato grazie a un ritmo da vaudeville rivela, in controluce, una collezione di inverosimiglianze da far trasalire qualsiasi script editor coscienzioso (laceranti controversie sindacali placate con un sorriso, e dispensato da una borghese profana d’affari che, in un batter di ciglia, ritroviamo imprenditrice d’assalto), e il messaggio pseudo-femminista e pesudo-progressista, che Ozon ci vende barando, denuncia, da vicino, una morale profondamente conservatrice. A prevalere non saranno le istanze di giustizia sociale, ma il populismo soave e menzognero (potrà Suzanne occuparsi davvero di tutti coloro a cui promette aiuto?) di una gentildonna cotonata e ingioiellata. Nelle sequenze che ci accompagnano all’epilogo (happy ending con pennellata melanconica, più ruffiano di così si muore), la soglia dell’improbabile viene ulteriormente aumentata, e il film che, fino ad allora, è scorso bene, e ci ha regalato sincere risate, perde di mordente. L’intero capitolo sulla scalata parlamentare di Suzanne poteva, anzi, doveva esserci risparmiata. A ogni modo, con qualche volgarità gratuita (le digressioni sulle infedeltà di Suzanne) e non senza episodici pistolotti in odore di didascalismo (un peccato mortale di sceneggiatura il discorso della madre alla figlia sul diritto della donna a decidere da sola l’interruzione di gravidanza), il racconto arriva in porto. E se dall’ultimo metrò dell’età aurea del cinema francese (di)scendono una Deneuve immedesimata ed elegante e un Depardieu leggermente sottotono ma, in fondo, tenero e sensibile nel ruolo di un personaggio crepuscolare votato alla sconfitta, se nella parte del figlio Laurent riconosciamo, in una veste inedita, ma molto amabile, il dardenniano Jérémie Renier direttamente dalla vetta del cinema belga, a rifulgere, fra tutti, è il geniale Fabrice Luchini, in uno dei quei ruoli spocchiosi e scostanti nei quali è maestro. Se la baracca, talvolta, vacilla, basta guardare lui, e ci si rincuora.

Dario Gigante

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