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Published on novembre 29th, 2010 | by antoinedoinel

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Precious: la recensione

Precious: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Gabourey Sidibe è capace di assumere, su di un corpo devastato e su di un volto doloroso nella sua drammatica inespressività, le ferite di un personaggio straziato.

3

Buon Film


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L’iliade privata di Clarisse Precious Jones, adolescente afro-americana cresciuta nei sobborghi diseredati di Harlem e all’interno di una famiglia ripugnante, protagonista di Precious, opera seconda del regista Lee Daniels, ha commosso e appassionato fior di giurie, dato che, nel  cospicuo listino di riconoscimenti attribuiti alla pellicola, non figurano soltanto il Gran Premio della Giuria e quello del pubblico al Sundance Film Festival del 2009, né gli Oscar assegnati nel 2010 a Mo’Nique come miglior attrice non protagonista e a Geoffrey Flechter, autore della sceneggiatura non originale. Un elenco interminabile copre la quasi totalità dei credits, a documentare un consenso sulle cui ragioni, usciti dalla sala, ci si interroga perplessi. 1987. Clarisse (l’esordiente Gabourey Sidibe), obesa fino alla deformità, succube fin da piccola della violenza incestuosa del padre che già le dato una bimba affetta da sindrome di Down e ora l’ha ingravidata una seconda volta, vilipesa da una madre abominevole (Mo’Nique) che, anziché difenderla, la accusa di averle sedotto l’uomo, è una ragazza afflitta da gravi deficit culturali e cognitivi (sa leggere a mala pena) e ingenuamente abitata dai sogni glassati (avere un fidanzato bianco e avvenente, girare video per Mtv) indotti dal ciarpame televisivo che in casa sua si consuma ininterrottamente. Un appartamento squallido, un sussidio sociale rapacemente intascato dalla madre, gli spacciatori sotto casa. La vita riserva, però, a Clarisse, la possibilità di una riscossa. L’iscrizione in una scuola alternativa per giovani problematiche, una summa vivacemente umana di madri minorenni, immigrate clandestine ed ex tossiche, la porrà a contatto con un’insegnante tenace che crede nella sua missione e con un ambiente capace, a poco a poco, di emanciparla dalla sozzura morale da cui proviene. Clarisse imparerà a leggere, si avvierà a diventare una madre consapevole e troverà la forza per ripudiare l’odiosa genitrice.

La locandina di “Precious”

Tratto dal romanzo di Sapphire, che compare, sullo schermo, nel ruolo della segretraria scolastica, Precious è un film che, nel dipingere a tinte decise una vicenda d’ordinario degrado e di spaventosa emarginazione, la sporcizia annidata sotto i tappeti della rampante America reaganiana, come, d’altronde, nelle periferie metropolitane d’oggigiorno, non (ci) risparmia nulla ma proprio nulla, raggrumando, nell’esistenza dei personaggi, parassitismo sociale, sessualità deviata, violenza domestica, turpiloquio a manetta, bullismo di strada, sieropositività e Aids. Un materiale delicato, per il quale un copione così schematico come quello che scandisce il dramma si rivela insufficiente. I personaggi incarnano, nella loro grossolana connotazione psicologica, più dei tipi che degli individui (la madre snaturata, la vittima che si risolleva, l’insegnante buona e onesta, e si potrebbe proseguire), e concorrono, proprio con la loro natura “generica”, ad animare una trama così lineare e progressiva da risultare, in fondo, nulla più che una parabola di programmatica esemplarità, quasi una pubblicità progresso sui benefici che l’istruzione può apportare alle classi disagiate. Non a caso, il film è sostenuto dall’Unicef. Daniels realizza un’operazione a metà fra il meritorio e l’astuto, danneggiata, e in misura sensibile, anche da soluzioni registiche di dubbio gusto. Imbarazzante e imperdonabile il ralenti durante la proiezione mentale degli stupri paterni, così come onestamente un po’ kitsch appaiono gli inserti in stile videoclip, giustificabili forse dall’infantilismo dell’immaginario della protagonista. Balzana (orrida, direi, per noi italiani) la citazione creativa dalla Ciociara. Mentre di maniera, anzi, da manuale, il fastidioso e ruffiano commento musicale, intasato da hip hop, canzonette commerciali, soul e gospel, il tutto a ribadire, come se non bastasse la vista, che questo è un film di neri che abitano in luoghi malfamati. L’abilità degli attori è innegabile. Sidibe si rivela capace di assumere, su di un corpo devastato e su di un volto doloroso nella sua drammatica inespressività, le ferite di un personaggio straziato. Mo’Nique, nel lungo monologo di congedo, ci offre la pagina migliore di un racconto sciapo. E non vanno trascurati, nella menzione, nemmeno Lenny Kravitz, che fonde, nel personaggio dell’infermiere, dolcezza e sornioneria, e Mariah Carey, struccata e sciatta come non l’abbiamo vista mai, così dentro alla parte di un’assistente sociale basita dinanzi alla mostruosità dei casi che le capitano sotto mano, da distinguersi, se è concessa un po’ d’enfasi, come l’elemento migliore del cast. Gli attori, però, non bastano. E la sopravvalutazione di cui, segreti che il cinema custodisce gelosamente, è stato oggetto Precious, rimane palese.

Dario Gigante

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