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Recensioni

Published on dicembre 11th, 2010 | by sally

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RCL – Ridotte capacità lavorative: la recensione

RCL – Ridotte capacità lavorative: la recensione sally
Voto CineZapping

Summary: Un documentario che dovrebbe seguire la scia del “surrealismo civile” ma che puzza un po’ di forzato.

2.5

Film Mediocre


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“La risposta di Pomigliano ad Avatar” recita la tagline sulla locandina. Paolo Rossi ci ha provato a girare il suo film di fantascienza, l’unica via per spiegare quello che succede a Pomigliano d’Arco e nel resto d’Italia. Ma non siamo sicuri che ci sia riuscito davvero. Diretto da Massimiliano Carboni, “RCL – Ridotte Capacità Lavorative” coglie al balzo la palla degli ultimi avvenimenti del comune in provincia di Napoli, riguardanti il riferendum interno indetto alla FIAT sulle nuove modalità contrattuali vincolate alla missione produttiva.  Paolo Rossi si lancia in un viaggio tra la gente per capire la situazione da vicino, incontra personalità di vario genere, dal sindaco agli stessi operai, per raccontarci come stanno le cose. Un documentario che dovrebbe seguire la scia del “surrealismo civile” annunciato proprio in apertura, ma che puzza un po’ di forzato. Paolo Rossi sostiene di voler lasciare largo spazio alle storie, ma ogni qual volta la macchina da presa si sposti su un altro protagonista, sembra risentirne e ricomincia a cercare la scena tutta per sé. “RCL” è un documentario che sfugge al suo stesso genere, si tratta di una ripresa in piano sequenza, una sorta di scampagnata tra amici immortalata istante dopo istante per rendere il concetto ancor più realistico, nonostante Paolo Rossi si ostini a parlare di fantascienza, per sottolineare i paradossi della nostra società.

RCL – Ridotte Capacità Lavorative

E, nonostante il tentativo di dissociarsi dallo stile dei vari “Report” e “Ballarò“, Paolo Rossi non fa che ricadere nello stesso circolo vizioso, non c’è altro modo, a quanto pare, in Italia, per raccontare l’Italia. E, inoltre, non fa altro che citare Charlie Chaplin e il suo “Tempi Moderni“, fino ad arrivare ad una vera e propria preghiera sul finire della pellicola, come se stesse rivolgendosi a un santo: lui aveva capito tutto. Il documentario si apre con l’arrivo di Paolo Rossi e Emanuele dell’Aquila, Alessandro Di Rienzo, Davide Rossi, Daniele Maraniello, Biagio Ippolito, Marcello Colasurdo alla stazione di Pomigliano. Aspettandosi la tipica stazione del Sud, accogliente e folkloristica, il protagonista ed i suoi seguaci rimangono assolutamente delusi nel vedere una stazione moderna che non ha nulla da invidiare alle più grandi città italiane, ma circondata da un paesaggio che rimanda inevitabilmente al Sud che avevano immaginato. “Ridotte capacità lavorative” siede al tavolino del bar con il sindaco, passa dentro la chiesa e per le strade senza sosta, mentre Paolo Rossi con pesantezza trascina battute malriuscite e conversazioni che non riescono a coinvolgere lo spettatore. Parla della lotta di classe per poi sostenere di non avere la minima idea di cosa accada su una linea di montaggio, ma porta avanti l’ideologia operaia con orgoglio, cercando di dare vita ad un ambizioso progetto che si conclude in un misero flop. Il documentario di Carboni sarebbe potuto essere un ottimo spunto di riflessione ed una raccolta di testimonianze interessanti per aprire gli occhi al resto del Paese per aprire gli occhi su quanto accade giorno dopo giorno nel mondo del lavoro, ma scade in un lavoro appesantito da scene portate avanti di forza. Paolo Rossi non è per nulla comico, è ridondante e risulta quasi antipatico. Sembra anzi che non abbia aspettato altro che l’occasione per buttarsi a capofitto su un progetto di probabile successo, ma dal risultato discutibile. Con tutto il rispetto per gli operai che vogliono lottare, per i lavoratori arrabbiati, questo film non rende giustizia a nessuno. E’ un racconto buttato lì senza metterci troppo impegno, tra il caldo della provincia napoletana e le musiche apprezzabili del Gruppo Operaio. Ci saremmo aspettati un pizzico di satira e irriverenza in più per intrattenere lo spettatore, Paolo Rossi avrebbe senza dubbio potuto fare  di meglio. Inoltre sarebbe stata un’ottima occasione per lanciare un genere innovativo, un film in cui gli attori si limitano semplicemente ad interpretare se stessi e raccontano storie vere, le storie di un’Italia sommersa da notizie spazzatura che troppo spesso non ha voce per parlare.

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