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Published on 16 Agosto, 2017 | by sally

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Recensioni cult: Il settimo sigillo di Ingmar Bergman

Recensioni cult: Il settimo sigillo di Ingmar Bergman sally
Voto CineZapping

Summary: Il rapporto tra l'uomo e Dio, la vita e la morte in uno dei più grandi capolavori della storia del cinema.

5

Imperdibile


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Cosa ci sia dopo la morte è una domanda che ci poniamo tutti molto spesso e non c’è nessuno che abbia una risposta certa da fornire, ma c’è chi si aggrappa alla fede pur di averne una.

La domanda, alla base di interrogativi dai quali sono sfociate numerose opere e riflessioni, è la stessa che attanaglia il regista Ingmar Bergman e che ha dato vita a “Il settimo sigillo“, un dramma epico datato 1957. Il film in bianco e nero è nato da “Pittura su legno“, una piéce teatrale scritta da Bergman, che ha poi deciso di sviluppare ulteriormente un argomento che si presta a svariate interpretazioni, a seconda dei punti di vista. Il film è legato anche direttamente alla vita del regista svedese, cresciuto al fianco di un padre protestante che predicava in piccole chiese nei dintorni di Stoccolma. Basti pensare che la storia ha inizio con un cavaliere, Antonius Block (Max von Sydow) di ritorno dalle Crociate che decide di sfidare la Morte (Bengt Ekerot) a scacchi. Quest’immagine, diventata poi il simbolo del film, è ispirata a un affresco di Albertus Pictor che Ingmar Bergman vide in uno dei viaggi di lavoro del padre.



Com’è chiaro, “Il settimo sigillo” è ambientato ai tempi delle Crociate (1349), siamo in Scandinavia e il Cavaliere Antonius Block al suo ritorno incontra la Morte sulla spiaggia, pronta a portarlo via. Antonius, però, non è ancora pronto e decide di sfidare la morte in una lunga partita a scacchi, alternata ai momenti che contraddistinguono il suo viaggio per la Scandinavia accompagnato dallo Scudiero Jöns (Gunnar Björnstrand). Il Paese è devastato dalla peste e non tutti reagiscono allo stesso modo. C’è chi si lascia andare alla fede più cieca, c’è chi invece decide di spremere la vita fino all’ultimo, per non perdersene nemmeno una goccia. Se Jöns rappresenta una visione più materialista e terrena del rapporto tra Dio e l’uomo, tra ciò che aspetta l’uomo oltre la morte, Antonius è invece la rappresentazione del dilemma più grande: qual è il senso della vita? Nel suo viaggio Block incontrerà numerose persone e ne salverà alcune, continuando a rinviare il giorno della sua fine in un paese in cui forse gli eccessi della fede religiosa e il suo esatto opposto, insieme alla superstizione, sono ben più pericolosi dell’uomo in nero che segue Block tappa dopo tappa. Il cavaliere rimette tutto in discussione sapendo di non poter rimandare a lungo il giorno in cui tutto avrà una fine. E se Dio non ci fosse, l’esistenza sarebbe solo destinata a un vuoto infinito?



Come tutti nella vita, anche Block attraversa momenti di grande sconforto, in cui si sente “vuoto come uno specchio”. Nonostante questo, è ancora capace di mettersi in discussione e a non rinunciare a cercare risposte.  Il film di Bergman scorre senza tralasciare momenti ironici e più leggeri, con una fotografia superba che rende il suo lavoro ancor più prezioso. Se il titolo del film deriva da una citazione dell’Apocalisse, nel film stesso Bergman inserisce numerosi elementi legati alla religione e pregni di significato. Come il piccolo Mickael, creatura immacolata appena venuta al mondo per il quale vale la pena sacrificarsi. Lui e i suoi genitori, Jof e Mimi, sono l’allegoria della sacra famiglia; mentre tutto intorno il mondo è in preda al delirio e tutti cercano un rifugio dalla peste, c’è ancora uno spiraglio di speranza. Quello che agli occhi di Antonius Block potrebbe rivelarsi anche la risposta a tutte le sue domande e che lo portano a smettere di tentare di ingannare la morte. Per quanto si possa essere perspicaci e furbi, si tratta di un appuntamento che non si può rimandare a lungo. Il Cavaliere per questo motivo decide di fare ritorno a casa e concedersi un’ultima cena insieme agli amici e alla moglie ritrovata prima di scoprire cosa lo aspetta dopo. Forse non è così importante riuscire a cogliere il senso della vita, meglio è vivere pensando di avergliene dato uno, di non averla sprecata del tutto. La morte, più che una conseguenza, è parte della vita stessa. Inutile fuggire, meglio vivere accettandola e riuscire a trovare la gioia anche e soprattutto nelle piccole cose. Perché la bellezza può nascondersi anche dentro una manciata di fragole selvatiche. Incantevole e poetica, oltre che fortemente simbolica, è la danza finale dei personaggi. Su quella non ci sono dubbi, è la vita che esplode e poi ricomincia.


 

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