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The Master: la recensione





Recensioni

Published on 30 Novembre, 2012 | by alessandro ludovisi

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The Master: la recensione

The Master: la recensione alessandro ludovisi
Voto CineZapping

Summary:

3.5

Buon Film


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“The Master” è sicuramente una delle pellicole più attese dell’anno, vuoi per la presenza, dietro la macchina da presa, di Paul Thomas Anderson (“Boogie Nights”, “Magnolia”, “Il petroliere”), vuoi per il cast di stelle da Joaquin Phoenix a Philip Seymour Hoffman con le presenze femminili di Amy Adams e Laura Dern, vuoi per quel richiamo alle origini del metodo Dianetics e quindi di  Scientology e del suo fondatore L. Ron Hubbard. La pellicola è stata presentata in concorso alla 69esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Trama

Freddie Quell ha combattuto per il suo paese nella Seconda Guerra Mondiale uscendone con il sistema nervoso in disordine. Tra lavoretti saltuari – che comunque fa di tutto per perdere – e una passione ossessiva per il sesso e per la bottiglia, conduce una vita alla giornata covando una rabbia evidente e mostrando scarsa predisposizione per le relazioni interpersonali. Lancaster Dodd è invece un personaggio assai contorto e decisamente poco decifrabile. Vive accerchiato dalla sua famiglia a da alcuni adepti che seguono – più o meno fedelmente – le sue direttive riconoscendogli delle capacità elevate nel campo della introspezione. L’incontro tra i due sarà casuale ma propiziatorio per l’inizio di un suggestivo ed ambiguo rapporto.

Una scena diThe Master

Giudizio sul film

Decisamente verboso, è questa la prima impressione in seguito alla visione dell’ambizioso “The Master”. E questo non è necessariamente un commento negativo, se giustificato da un contesto psichico e pseudoscientifico come quello messo in scena dal talentuoso regista californiano. Anderson si “nutre” dello stato di grazia dei suoi due attori protagonisti spolpandoli e costringendoli a lunghi ed estenuanti dialoghi impreziositi da una espressività non comune. Nelle smorfie di Freddie si riconosce il dolore, lo spaesamento, l’illusione e al tempo stesso la speranza. Anche se, in fondo, la sua è una ricerca di se stesso fondamentalmete utopica. Nell’elegante Lancaster si riconosce, invece, la sapienza, la calma, a volte stucchevole, e una capacità magnetica assolutamente fuori dal comune, tanto da farci pensare, già a metà film, che i due protagonisti saranno inevitabilmente protagonisti della Notte degli Oscar.

Si era molto parlato di “The Master” come della rappresentazione scenica del fenomeno Scientology o, ancora, di una pellicola ispirata alla figura di L. Ron Hubbard eppure non è così. Non ci sono fedeli soggiogati, o folle indottrinate ed economicamente spennate, più semplicemente il tutto viene volutamente lasciato sullo sfondo per concentrarsi sulle oscure dinamiche dei due protagonisti che sembrano crescere insieme e convergere verso un ideale punto comune fino a un abbandono obbligato perché, consapevolmente, alla disperazione di Freddie corrisponde l’ambizione di Lancaster – questa evidentemente spinta anche dalla sua famiglia, in particolare dalla moglie “delfino” – e per arrivare in alto servirebbe un appoggio continuo e simile all’atto d’amore incondizionato. Tagliare i rami secchi, sembra suggerire l’avvenente moglie di un Dodd sempre più potente e Freddie è un ramo fradicio, talmente disturbato da risultare pericolosamente imprevedibile.

Una fotografia impeccabile, e una prova attoriale complessiva abbondantemente sopra le righe restituiscono allo spettatore un immaginario viviso a tratti surreale lasciando, però, un retrogusto un po’  amaro a causa della superficialità di  Anderson che  non sembra  abbia veramente voluto spingere la sua opera fino al limite, lasciandosi cullare dai suoi protagonisti  ma senza osare, dando  l’impressione di girare a vuoto, inghiottito dai lunghi dialoghi fuorvianti fino a raggiungere una dimensione comunicativa difficilmente recepibile.

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