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The Young Pope, la conclusione della serie di Paolo Sorrentino





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Published on novembre 24th, 2016 | by sally

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The Young Pope, la conclusione della serie di Paolo Sorrentino

È passata ormai quasi una settimana dalla conclusione di “The Young Pope“, dopo lo stato confusionale che Paolo Sorrentino è solito offrire, tentiamo un’analisi a freddo.

Eliminiamo due concetti che ormai abbiamo ripetuto e abbiamo sentito dire a oltranza: è “House of Cards” versione Vaticano (è vero) ed è l’anti-serie. Il protagonista di “The young Pope” è un papa anomalo, ricco di particolarità e sfaccettature che solo uno come Paolo Sorrentino avrebbe potuto descrivere senza tralasciarne nemmeno una. Lenny Belardo è impersonato da un magnifico Jude Law, magnifico a 360°: il suo atteggiamento fiero, algido e completamente restio al progressismo viene espresso in maniera eccelsa dall’attore, vediamo i suoi tratti ammorbidirsi e rilassarsi sul finale, quando il protagonista inizia a fare pace con se stesso, la massima espressione della bravura di Law sta proprio in questo. Bellissimo e spietato, Lenny fuma una sigaretta dietro l’altra e mette in atto le sue strategie: è un papa giovanissimo, non ha nemmeno 50 anni, ma le sue idee sono antiche, rigidissime. Basti pensare al discorso sull’aborto, il dibattito con il cardinale Spencer vede il papa intenzionato a non muovere un passo, una curiosa coincidenza arrivata alla nona puntata, solo pochi giorni prima del discorso di papa Francesco, quello vero, sull’apertura della chiesa nei confronti di una questione da sempre molto difficile da gestire.

Il papa di Paolo Sorrentino non vuole farsi vedere, tutto il suo mondo ruota attorno all’assenza: priva gli altri di sé ma ne è privo lui stesso, è alla ricerca continua della sua vera essenza. Con Dio non ha bisogno di fare la pace, la sua fede vacilla, a volte clamorosamente, ma è un Santo e ha le prove che il Signore lo ascolti, il suo destino è segnato. Il suo dissidio interiore parte da lontano, dal ricordo d’infanzia di due genitori hippie che lo abbandonarono al cancello di un orfanotrofio, a salvarlo c’era Suor Mary (Diane Keaton) e quello che sarebbe diventato l’amico di una vita, Andrew Dussolier (Scott Shepherd), ma il ricordo dell’abbandono lo accompagna per tutta la vita, è questa per lui l’assenza più grande. Al suo arrivo in Vaticano Lenny Belardo porta il terrore, cambia le regole, non si fa sottomettere ma sottomette, rimane al di sopra degli intrighi, fa credere agli altri di avere del potere ma tutto è sotto il suo controllo. Intricato è il suo rapporto con Voiello, un bravissimo Silvio Orlando, anche lui personaggio dalle mille sfaccettature: tifoso sfegatato del Napoli, politico spietato in vaticano, pronto a ricorrere a mezzi e mezzucci pur di ottenere quello che vuole, segretamente innamorato di una formosa statua del paleolitico, apertamente innamorato di Suor Mary, riesce a trovare il suo unico conforto nella compagnia di Girolamo, un ragazzo disabile che ascolta tutte le sue confessioni, l’unica persona senza peccato. La figura di Suor Mary è importantissima per il Papa, che decide di portarla con sé nel suo nuovo percorso, almeno fino al suo compimento: lei è più determinata che mai a difendere a spada tratta quello che per tutta la vita è stato come un figlio. Anche in questo caso ritorna il tema dell’assenza insieme a quello dell’abbandono, la suora è orfana come orfano è Lenny e come lo è Sorrentino, i suoi genitori sono morti quando era adolescente e non ha negato di avere inserito dettagli autobiografici all’interno della serie. I temi del regista sono ricorrenti in tutti i suoi film: la bella roma vaticana non è distante da quella de “La grande bellezza“, la decadenza è fuori ma anche dentro le mura, che nascondono cardinali alcolizzati, omosessuali e festaioli pronti a subire la repressione di un papa giovanissimo e conservatore, amante della Cherry Coke e delle sigarette. Una moltitudine di solitudini che finiscono per essere inghiottite da un sistema più grande per un volere superiore, che non è chiaro se non sul finire della stagione. “The young pope” presenta Lenny Belardo come uno spietato pontefice ma ne mostra l’evoluzione nel corso di dieci episodi: tra discorsi pungenti e geniali trovate (come l’ormai epica scena che ha mandato in cima alle classifiche “Senza un perché” di Nada), battute più o meno riuscite e quel gusto per il trash che a piccole dosi non dimentica mai di inserire, Paolo Sorrentino ci racconta l’ascesa di un santo che deve fare i conti con meccanismi contorti, strategie politiche, giochi di potere e la persecuzione di un ricordo con il quale doversi mettere in pace. Dal primo al decimo episodio la differenza è notevole, la cattivissima (e bellissima) omelia iniziale pronunciata da Lenny si trasforma, alla fine, in un discorso pieno d’amore, in cui non c’è più traccia delle sue insicurezze su Dio, non è più traballante il suo rapporto con la fede. Il processo si è concluso e un altro sta per iniziare.

A chi pensa che Paolo Sorrentino abbia scritto e diretto una serie tv contro la chiesa, si sbaglia di grosso e il regista lo aveva già spiegato. Questa è una storia a parte, in cui le tematiche e le contraddizioni sono affini, ma non c’è critica. C’è narrativa, c’è fotografia, c’è arte, c’è il barocco che a Sorrentino tanto piace, i dettagli dei volti, delle bellezze e delle bruttezze analizzate come fossero sotto una lente d’ingrandimento, i sentimenti e le dinamiche che da essi scaturiscono, un canguro che si aggira per i giardini vaticani, miracoli, dubbi, momenti bui e momenti gloriosi, c’è il sarcasmo, la politica al di fuori del Vaticano, c’è il potere, una selezione musicale notevole tanto quanto i titoli di testa. Il papa Giovanni Paolo II di Cattelan cade colpito da un enorme meteorite, con Lenny Belardo la chiesa è pronta a risollevarsi, ma non senza aver prima compiuto qualche sacrificio. Chi non apprezza Sorrentino potrà avere qualche perplessità, non apprezzarne l’ormai nota lentezza, la continua analisi o la ricercatezza ma bisogna forse essere preparati al suo stile, conoscerne forza e debolezze. Lui ama essere pomposo, ma solo quando serve ed è funzionale alla narrazione. Ha creato un universo di personaggi sfaccettati, mai lasciati al caso, che ogni giorno affrontano paure e commettono errori perché sono umani, come tutti noi (o quasi). Ci aspettiamo una seconda stagione di alto livello come questa, dopotutto ci stiamo ancora chiedendo che fine abbia fatto Tonino Pettola.

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