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Published on Dicembre 3rd, 2010 | by antoinedoinel

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Buon compleanno a Jean-Luc Godard

Un  film non è mai ciò che tu desideri. Non trovi mai il film che esprima quel che porti dentro di te, il film che vorresti fare“.

(Il maschio e la femmina, 1966)

Pochi cineasti hanno scandagliato temi come il mistero insondabile della femminilità, l’alienazione metropolitana, i risvolti civili e morali del capitalismo, lo statuto ontologico della settima e delle altre arti, con il vigore espressivo, l’originalità  e il piglio sovversivo di Jean-Luc Godard. Meno ancora, con la stessa audacia e inesauribile, irrisolta problematicità, si sono avventurati in un tentativo così radicale di rifondazione, teorica e iconica, del cinema. Ottant’anni combattivi, trascorsi, nel vero senso dell’espressione, a vivre sa vie, per citare uno dei suoi film più belli (in italiano, Questa è la mia vita, 1962). Ottanta. Un compleanno ragguardevole per JLG, nato a Parigi il 3 dicembre 1930, figlio, come noto, di un’altolocata famiglia franco-elvetica. Mentre tutti attendiamo Film Socialisme, la sua ultima fatica, presentata, in primavera, a Cannes, l’assegnazione dell’Oscar alla carriera è già stata annunciata. Una sincronia di eventi eccezionali che riporta prepotentemente in primo piano la figura di Godard e ci impone di riattraversare il suo percorso tortuoso e complesso.

Jean-Luc Godard, oggi ottantenne

Gli studi di antropologia alla Sorbona calzano stretti al giovane Jean-Luc, inquieto e turbolento come uno degli amici allora più cari, François Truffaut. La Cinémathèque è la sua dimensione. La consumazione bulimica di pellicole su pellicole, la scoperta di tutto ciò che il cinema ufficiale esclude ai margini. Come gli altri cineasti che daranno corso alla Nouvelle Vague, anche Godard scrive sui Cahiers du Cinéma. Prima, l’esordio nel cortometraggio. Poi, nel ’60, il primo lungo. E da allora, il cinema non sarà più lo stesso. À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) rappresenta un autentico ed esemplare manifesto della nuova dirittura del cinema francese. Budget esiguo, tempi di lavorazioni incalzanti, riprese en plein air, montaggio sconnesso, spregiudicatezza espressiva e tematica, omaggio amorevole al B-movie poliziesco d’oltreoceano. Basata su di un soggetto di Truffaut, la storia di Jean-Paul Belmondo, deliquente nichilista tradito dalla sua amante, un’indimenticabile Jean Seberg, procurerà a Godard l’Orso d’Argento al Festival di Berlino. Seguirà una rosa di grande opere. Lo struggente, angoscioso, Le petit soldat, girato di lì a poco anche se uscito molto più tardi, film sofferto e censurato che, per il suo riferimento alla questione algerina, sollevò disappunto e indignazione. Come si può dimenticare il nome della protagonista femminile? Veronica Dreyer. Dreyer come uno dei registi più amati da Godard, all’insegna di quel citazionismo cinefilo e sgangherato che caratterizzerà tutta l’opera del Maestro. E come dimenticare il volto, sublime, di Veronica? Quello, cioè, di Anna Karina, destinata a diventare la moglie e la musa del Godard di quegli anni. Protagonista, fra gli altri lavori, del magistrale Questa è la mia vita, storia della proletaria Nana, prostituta un po’ per scelta un po’ per costrizione, e del suo tragico destino, narrato attraverso la successione di dodici “quadri”. Nel 1963, Le mépris (Il disprezzo), tratto dal testo di Alberto Moravia, uno dei film sul cinema più celebri della storia, con Michel Piccoli, Brigitte Bardot e l’ormai anziano Fritz Lang. Nel 1965, Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution (Agente Lemmy Caution, missione Alphaville), proiezione fantascientifica negli inquietanti scenari di una società futuribile, anticipato, in parte, da Un mondo nuovo, l’episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G. (1963), segna il primo passo verso il Godard più smaccatamente politico. Con La chinoise (La cinese, 1967), il Maestro anticiperà temi e suggestioni destinati a esplodere nelle piazze e nella società un anno più tardi. È l’epoca della svolta maoista, che susciterà conseguenze artistiche e personali rilevanti. Se, fin dagli albori, il nostro è stato un pungente osservatore delle contraddizioni dell’assetto capitalistico (In 2 ou 3 choses que je sais d’elle, Due o tre cose che so di lei, 1967, la protagonista, brechtianamente interpretata da Marina Vlady, è una madre di famiglia che vende le sue grazie per soddisfare i bisogni indotti dalla cultura consumistica), la posta, ora, si alza. La costituzione del Gruppo Dziga Vertov, insieme al militante marxista-leninista Jean-Pierre Gorin, coiciderà con il tentativo godardiano di un superamento definitivo della grammatica filmica “borghese” e conservatrice. In primo luogo, attraverso l’annullamento, nel gruppo, di sé come autore, per lasciare spazio ai frutti di un’elaborazione collettiva. Un titolo, forse il più noto: Tout va bien (Crepa padrone, tutto va bene, 1972). Asincroni sonoro-visivi, abbandono di qualsiasi continuità narrativa, dialoghi frammentari e disarticolati. Un’esasperazione in chiave rivoluzionaria degli stilemi godardiani. Anni ruggenti. Anni in cui, sul fronte privato, si assiste a un avvicendamento sentimentale. Il matrimonio con Karina era entrato presto in crisi, e al fianco del regista compare l’attrice Anne Wiazemsky. Anni segnati da scelte dolorose. Lo strappo con l’amico Truffaut, accusato di perpetuare le istanze di un cinema reazionario nella sua connotazione apolitica, sarà irreversibile. Sciolto il Gruppo Vertov, si apre per Godard una nuova stagione, che lo condurrà in Svizzera a fianco della nuova compagna (non la Wiazemsky, un’altra ancora, la regista Anne-Marie Miéville) e lo avvicenerà alla sperimentazione elettronica, discostandolo parzialmente dal grande schermo in favore del piccolo. Un allontanamento che prelude a un ritorno glorioso. Gli anni Ottanta sono il decennio del Godard più titanico. Passion (1982) è, di fatto, un manifesto del Godard pensiero sulle arti figurative e la loro relazione con la realtà. Prénom Carmen (1983) è uno dei Leoni d’Oro più contestati che la Mostra del Cinema di Venezia ricordi (e forse a ventisette anni di distanza possiamo ammettere che il premio non fu del tutto immeritato, essendo Prénom Carmen un film magnifico). Je vous salue, Marie (1985), lettura aggiornata dell’Immacolata concezione e della Natività, è un altro fulgido, e discusso, paradigma del Godard di questi anni. E mentre alla fine degli anni Ottanta JLG inizia a filmare la sua ciclopica Histoire(s) du cinéma in pellicola, nel 1990 esce Nouvelle Vague, un’opera il cui titolo farebbe presumere un ritorno alle origini. Ma Godard ci sorprende di nuovo. Nouvelle Vague non è un film sulla Nouvelle Vague, ma sul nuovo corso che la società, capitanata da una borghesia fatua e rampante, ha assunto. Con l’andare del tempo, la distanza di Godard dai circuiti ufficiali andrà sempre più evidenziandosi. Questo, però, non comporta affatto una dismissione della divisa di cineasta. Cortometraggi, documentari, ritratti, trailer arricchiscono il curriculum degli ultimi anni di una costellazione di titoli. Fino a Film Socialisme.

Dario Gigante

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