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Dietro i candelabri: la recensione | CineZapping





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Published on dicembre 7th, 2013 | by sally

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Dietro i candelabri: la recensione

Dietro i candelabri: la recensione sally
Voto CineZapping

Summary: Magistrale la prova di Michael Douglas nei panni dell'eccentrico Liberace senza mai però ridicolizzarlo. Soderbergh si è servito di due grandi attori, che valgono buona parte della qualità del film.

4

Liberace di grande impatto


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Negli USA “Dietro i candelabri” (Behind the candelabra) non ha trovato distribuzione nelle sale cinematografiche, è stato mandato in onda in tv dalla HBO, mentre in Europa ha trovato terreno più fertile.

Si tratta del film di Steven Soderbergh (che ha annunciato anche come il suo ultimo lavoro) che racconta la storia d’amore tra il grande pianista Liberace e Scott Thorson, una storia tormentata, fatta di lusso e di eccessi, conclusasi tristemente in tribunale.

Scott Thorson (Matt Damon) aveva 18 anni (altri dicono 16) quando ha incontrato Liberace (Michael Douglas) per la prima volta, il pianista più pagato al mondo a quei tempi. Affascinato dalla sua giovane età, Liberace propose a Scott di lavorare per lui, reclutandolo a tempo pieno non solo come aiuto per i suoi concerti, ma anche per placare il suo infinito senso di solitudine e mantenendolo come amante. Una relazione che via via è diventata sempre più malata, a causa dell’ego spropositato di Liberace che, nella sua posizione, ha sfruttato la sua grandezza per indebolire sempre di più il partner. Per lui Scott Thorson ha cambiato faccia, sottoponendosi a interventi chirurgici per somigliare il più possibile al compagno, che non era solo un amante ma nutriva uno spirito paterno, al punto tale che avrebbe voluto adottarlo. Il declino arriva nel momento in cui Scott si rende conto che Liberace è abituato ai ricambi generazionali e cerca uomini sempre più giovani, non gli è più fedele e lui è ormai sprofondato nell’abisso delle droghe. I due finiscono in tribunale per risolvere le loro questioni, ma della sua omosessualità Liberace non vuole parlarne, la tiene nascosta alla stampa a suon di querele per ogni tipo di insinuazione. Si spegne a causa dell’AIDS e cerca Scott per un ultimo saluto, il suo agente Seymour (Dan Aykroyd) cerca di convincere la stampa che si sia trattato di un arresto cardiaco.

Michael Douglas e Matt Damon

Michael Douglas e Matt Damon

Dietro i candelabri” non è una biografia di Liberace, racconta un determinato periodo della sua vita e il titolo fa riferimento ai candelabri di cui si circondava e quelli che usava tenere sopra il pianoforte durante i suoi spettacoli, diventati il suo marchio di fabbrica. Steven Soderbergh racconta la storia in maniera lineare; non ci sono colpi di scena e il racconto risulta quasi prevedibile, se non fosse che il regista si è semplicemente attenuto ai fatti raccontati nell’omonimo libro e non aveva quindi il compito di stupire nessuno, bensì quello di offrire la storia sotto il suo punto di vista, ma a livello stilistico.

Anche se talvolta il film può risultare ripetitivo, è per la costanza delle azioni e degli eventi che si susseguono, uguali, di anno in anno nel corso di questa relazione morbosa in cui Liberace ha il dominio assoluto su quello che era un ragazzo giovane che sognava di fare il veterinario e salvare gli animali, vissuto nelle case famiglia o con famiglie adottive sempre diverse, ritrovatosi di colpo in un modo fatto di ipocrisia e uno sfarzo così abbondante da arrivare a disgustare.

Dietro i candelabri

Dietro i candelabri

Magistrale la prova di Michael Douglas, che si cala benissimo nei panni dell’eccentrico Liberace senza mai però ridicolizzarlo nè renderlo caricatura; lo stesso vale per Matt Damon, il regista si è servito di due grandi attori, che valgono buona parte della qualità del film. Simpatica, poi, l’apparizione di Rob Lowe nei panni del chirurgo estetico vittima dei suoi stessi eccessi. “Dietro i candelabri” è una storia d’amore gay in un ambiente kitsch, racconta le paure di un uomo solo e circondato dal successo, la sua paura di finire nell’ombra e la sua incapacità di ammettere, nell’America bigotta degli anni Settanta, la sua omosessualità. Una figura di grande impatto per il pubblico, completamente diversa nel privato, dietro quei candelabri luccicanti che nascondevano un’esistenza tutt’altro che serena.

 

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