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Fatherland, la trilogia della memoria di Paweł Pawlikowski

Fatherland di Paweł Pawlikowski conclude la trilogia iniziata con Ida e Cold War, esplorando memoria, esilio e identità attraverso la storia di Thomas Mann nel dopoguerra

Fatherland, la trilogia della memoria di Paweł Pawlikowski
Immagine generata con AI

C’è una coerenza rara, nel cinema contemporaneo, nel dedicare oltre un decennio a costruire un’opera che non si accontenta di raccontare storie, ma vuole interrogare il tempo stesso — la memoria che resiste, l’identità che si sgretola, l’esilio come condizione esistenziale prima ancora che geografica. È esattamente questo il progetto artistico che Paweł Pawlikowski ha portato a compimento con Fatherland, il film del 2026 che chiude l’ideale trilogia storica avviata con Ida nel 2013 e proseguita con Cold War nel 2018, confermandosi come uno dei registi più personali e formalmente rigorosi del panorama europeo.

Una trilogia costruita sul silenzio e sulla perdita

Per comprendere il peso specifico di Fatherland è necessario collocarlo all’interno del percorso che lo precede. Ida, ambientato nella Polonia degli anni Sessanta, seguiva una giovane novizia alla scoperta delle proprie origini ebraiche attraverso un paesaggio interiore e visivo di straordinaria sobrietà. Cold War portava sullo schermo una storia d’amore impossibile divisa dalla Cortina di Ferro, dal dopoguerra agli anni Cinquanta. Entrambi i film condividevano una grammatica visiva precisa — il bianco e nero, il formato quasi quadrato dell’immagine — e una sensibilità narrativa che preferisce l’ellissi alla spiegazione, il gesto alla parola.

Fatherland eredita questa grammatica e la porta a una nuova maturità. Girato ancora in bianco e nero, con il formato 1.37:1 che Pawlikowski ha ormai reso una firma stilistica riconoscibile, il film si svolge nell’immediato dopoguerra e segue Thomas Mann e sua figlia Erika in un viaggio attraverso la Germania appena uscita dalla guerra. È un’opera di poco più di ottanta minuti — una misura che nei film di Pawlikowski non è mai una limitazione, ma una scelta di densità.

Thomas Mann, Erika e il peso di tornare

La scelta di costruire Fatherland attorno a una figura come Thomas Mann non è casuale né decorativa. Il grande scrittore tedesco, premio Nobel, esule volontario dal nazismo, rappresenta in modo quasi emblematico la condizione di chi ha lasciato la patria — il termine stesso del titolo — e si trova a confrontarsi con ciò che ne rimane. Il film è liberamente ispirato a un episodio tratto da The Magician, il romanzo di Colm Tóibín dedicato alla vita di Mann, e affronta in particolare il rapporto tra il padre e la figlia Erika, sullo sfondo del suicidio del figlio Klaus — un dolore privato che si intreccia con la devastazione pubblica di un intero paese.

Hanns Zischler interpreta Thomas Mann e Sandra Hüller — una delle attrici europee più autorevoli del momento — veste i panni di Erika. La presenza di Hüller, già protagonista di opere di grande impatto critico negli anni recenti, porta al film una qualità emotiva che Pawlikowski sa sempre dosare senza eccessi. Al loro fianco, August Diehl completa un cast capace di abitare il rigore formale del regista con naturalezza.

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Il viaggio dei Mann attraverso la Germania postbellica non è mai semplicemente geografico: è un attraversamento della colpa collettiva, della memoria familiare, del senso di appartenenza a una nazione che si è resa irriconoscibile. Il titolo — Fatherland, patria — risuona con una doppia ironia: la patria come luogo di origine e come concetto che il nazismo aveva sequestrato e corrotto.

Il riconoscimento a Cannes e la posizione nel cinema europeo

La prima mondiale di Fatherland al Festival di Cannes il 15 maggio 2026 ha rappresentato un momento significativo per il cinema europeo d’autore. Pawlikowski ha vinto il Premio per la Miglior Regia alla stessa edizione del festival, un riconoscimento che certifica non soltanto il valore del singolo film, ma la coerenza di un percorso artistico costruito con pazienza e determinazione. Non è un premio alla carriera, ma un giudizio su un’opera specifica — e questa distinzione conta.

Il regista polacco, che ha vissuto e lavorato a lungo tra la Polonia, la Gran Bretagna e la Francia, incarna in modo biografico i temi che racconta. L’esilio, il senso di appartenenza multipla o negata, la memoria come territorio instabile: sono coordinate che attraversano la sua filmografia molto prima che diventassero oggetto di analisi critica. In questo senso, Fatherland — il film Pawlikowski più esplicitamente costruito attorno a una figura storica — è anche il più personale, nel modo in cui solo i film davvero riusciti riescono a essere allo stesso tempo universali e intimi.

Il formato come linguaggio: perché il bianco e nero non è nostalgia

Una delle domande più ricorrenti che accompagnano i film di Pawlikowski riguarda la scelta del bianco e nero e del formato quasi quadrato. È una scelta estetizzante? Una citazione cinefila? La risposta, guardando Fatherland nel contesto della trilogia, è più sostanziale. Il bianco e nero non serve a evocare un’epoca: serve a sottrarre il colore della contingenza per restituire la permanenza del sentimento. Le immagini di Pawlikowski non sembrano mai documenti d’archivio; sembrano, piuttosto, memorie già elaborate — ricordi che hanno già attraversato il filtro del tempo e sono sopravvissuti.

Il formato 1.37:1, vicino al quadrato, concentra l’attenzione sui volti e isola i personaggi dallo spazio circostante, creando una tensione tra l’individuo e il contesto storico che li sovrasta. In un film su Thomas Mann che cammina tra le macerie della propria nazione, questa scelta formale non è mai decorativa: è narrativa.

Con Fatherland, Pawlikowski non chiude soltanto una trilogia: consegna al cinema europeo contemporaneo un’opera che dimostra come la forma più rigorosa possa essere anche la più emotivamente diretta, e come la storia collettiva possa essere raccontata attraverso il silenzio di due persone che camminano insieme, portando ciascuna il proprio peso irriducibile.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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