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Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti: la recensione | CineZapping





Recensioni

Published on ottobre 15th, 2010 | by antoinedoinel

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Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti: la recensione

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti: la recensione antoinedoinel
Voto CineZapping

Summary: Pellicola che scorre lenta, nella sua eleganza sinuosa, con il coraggio che il cinema contemporaneo sembra non possedere.

4.5

Film Grandioso


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“Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” è uno di quei film (in un anno non ne escono più di due o tre) capaci di sedurre, concupire e avvincere fin dalla prima inquatura. Dal primo fotogramma, si potrebbe azzardare, scrivendo per iperboli. Un pio bove legato a un tronco, che lascia intravvedere, nella penombra crepuscolare, la sua stazza corpulenta, una sagoma scura e possente, espressione della potenza di una natura veneranda e maestosa. Forse nel corpo di quell’animale, l’anima di zio Boomee si è incarnata, nel corso di una delle vite passate.

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

Premiato con la Palma d’Oro dalla Giuria presieduta da Tim Burton all’ultimo Festival di Cannes, il film del quaratenne regista thailandese Apichatpong Weerasethakul, dagli anni Novanta dietro la macchina da presa, è indubbiamente un’esperienza estetica che non lascia indifferenti. Paradigma esemplare di un cinema meditativo e immaginifico al contempo, prosciugato da qualsiasi pàthos posticcio eppure attraversato, come un fremito sottopelle, da una vibrante emozione, dalla commozione di chi sa disimballare il cuore, nel guardare al mondo. Boonmee (Thanapat Saisaymar) è un maturo fattore che vive nel ventre ombroso e lussureggiante della Thailandia selvaggia, dove la modernità arriva filtrata da un televisore a infima definizione o nei racconti dei parenti di città. Gravemente malato ai reni, sottoposto a una dialisi ininterrotta e alle cure pazienti di un assistente servizievole, Boonmee ha già un piede nella fossa, e ne è perfettamente consapevole. Il titolo trae in inganno: la memoria delle incarnazioni precedenti non è, in realtà, l’asse tematico del film, né il suo cordone narrativo. Rappresentati, piuttosto, dall’inquietudine di un uomo dinanzi al mistero per antonomasia dell’esistenza, ma anche all’unica certezza. E forse proprio perché è a questo punto che le preoccupazioni si fanno più amare, le domande più ansiose, i pensieri più sfrontati, ecco giungere a Boonmee dei segnali, e delle rivelazioni, che prima, uomo in salute “distratto” dalla vita, non avrebbe saputo cogliere. Una sera, durante una cena con la cognata e il nipote di lei, compare il fantasma della moglie morta da anni, e tornata a vegliare il capezzale, riacquistando a poco a poco anche sostanza somatica. Ma riappare anche il figlio scomparso nella foresta, e divenuto una scimmia dopo l’accoppiamento con una creatura di quella specie a lungo inseguita e spasmodicamente ricercata nel fitto della vegetazione. Boonmee, come chiunque, teme ciò che lo attende, enumerando le colpe e gli sgarri che potrebbero aver intaccato il karma e condannarlo a una metempsicosi umiliante. Ma teme ancor di più, probabilmente, il futuro angoscioso di un mondo di cui non riesce a comprendere la rotta; un futuro che si affaccia nei suoi sogni premonitori, dove ragazzi in divisa militare evocano una realtà autoritaria e repressiva, resa magistralmente dal regista attraverso un montato di fotogrammi statici, che rappresentano con inquietante freddezza l’effigie di un mondo svuotato dell’anima, e perciò della vita. La vita che invece pulsa nella selva intorno a Boonmee, popolata di creature e leggende incredibili. In un natura abbracciata da un’unica, pervasiva anima.

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

Un accostamento con il magnifico Le quattro volte, di Michelangelo Frammartino, sorge più che spontaneo, in considerazione del passaggio di entrambe le pellicole, benché in diverse sezioni, a Cannes. E non si tratta di un accostamento fuori luogo. Di un cinema cosmologico e panteista si parla, di soggetti che attingendo alla sapienza pitagorica l’uno, alla cultura orientale l’altro, veicolano una concezione olistica e unitaria dell’esistente, di una contiguità fra uomo e natura che è comunione ontologica. Messaggio di edificante importanza, in una contemporaneità divorata da un antropocentrismo devastante. Ma le differenze tra le due opere rimangono vistose. Mentre Frammartino, nel decantare, nel suo stupendo quadrittico, gli stadi della vita, dall’uomo al minerale, segue, purché per immagini, il sentiero di una consequenzialità concettuale (di matrice grecoantica), Apichatpong, sceneggiatore, prima che regista, del film, sceglie di procedere per suggestioni e richiami fantastici. Anche al prezzo di raccordi di cui è difficile afferrare il senso, il quale non va, probabilmente, ricercato con il lumicino di una razionalità analitica. La storia del servitore costretto a trasformarsi in pesce gatto (un vero big fish, da cui s’intuisce l’apprezzamento burtoniano) per potersi unire alla principessa amata (incantevole, nel suo lirismo, la scena dell’amplesso nel fiume, e mozzafiato le riprese subacquee), una dei molti miti annidati nella foresta, potrebbe metaforizzare quell’amour fou che ha spinto il figlio del protagonista a copulare con una bestia o la moglie a tornare dall’aldilà, ma anche no, e, nella sua poetica indeterminazione, lascia allo spettatore la libertà di avventurarsi in esegesi interpretative, o lasciarsi solo cullare dalla bellezza delle immagini e della parabola.

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

Una regia a base di campi medi, di rarissimi controcampi e di macchina per lo più fissa si sposa armonicamente al ritmo e alle cadenze di una pellicola che scorre lenta, nella sua eleganza sinuosa, rivendicando una tempistica di cui il cinema contemporaneo sembra non possedere il coraggio. Il respiro di dialoghi naturalistici e stalunati al contempo, di un’estensione che molti etichetterebbero come teatrale, accorcia le distanze del film da certa nobile tradizione europea, dalla Scandinavia alla Nouvelle Vague francese, fino ad autori come Kieslowski e Iosselliani. Con lo zio Boomee, è una pagina intera della Storia a perire. Viene da domandarsi, davanti all’enigmatica sequenza conclusiva, ambientata in un contesto urbano del tutto altro rispetto all’antica fattoria, se chi gli sopravvive (i parenti che lo hanno pianto, ma non troppo, al funerale) sia davvero vivo. Dinanzi a personaggi che si sdoppiano, che restano in albergo e contemporaneamente scendono a cena al ristorante, è meglio forse non accanirsi a estrapolare retrosignificati sull’aliezione nella società odierna, e lasciarsi andare, piuttosto, al mistero.

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