The Handmaid's Tale"

The Handmaid's Tale: la recensione della prima stagione





Recensioni

Published on giugno 20th, 2017 | by sally

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The Handmaid’s Tale: la recensione della prima stagione

The Handmaid’s Tale: la recensione della prima stagione sally
Voto CineZapping

Summary: Una serie distopica di altissimo livello.

5

Perfetta Elizabeth Moss


User Rating: 4.8 (1 votes)

Il pilot di “The Handmaid’s Taleci aveva già convinti e ora, a prima stagione conclusa, possiamo dirci completamente soddisfatti, la serie Hulu è stata una vera sorpresa, un gioiellino da tenere in considerazione.

Protagonista indiscussa una perfetta Elizabeth Moss, già da apprezzare ai tempi di “Mad Men“, in cui era riuscita via via a farsi sempre più spazio nella narrazione. Il suo personaggio è fatto di mille sfaccettature, una donna che viene privata della sua essenza in nome di qualcosa di più grande. Come avevamo già raccontato, “The Handmaid’s Tale” si basa sul romanzo di Margaret Atwood ed è ambientata in un futuro distopico in cui non nascono quasi più bambini e le donne fertili vengono utilizzate per ripopolare il mondo. Vengono tenute nelle famiglie più abbienti, sostanzialmente come madri surrogato, ma completamente prive di libertà e della possibilità di esprimersi in qualunque ambito. Difred è interpretata magistralmente da Elizabeth Moss, la serie ovviamente è composta da numerosi salti temporali che spiegano come la società sia arrivata a tal punto, con una rivoluzione silenziosa che piano piano cerca di prendere forma. Il mondo è governato da uomini che basano la loro società su un concetto preso in prestito dalla Bibbia, ma che nei loro comportamenti di religioso e spirituale hanno ben poco. Le donne sono sottoposte a torture indicibili – fisiche e psicologiche –  e anche chiunque cerchi di sovvertire il sistema o non si attenga perfettamente alle regole. L’unica via di fuga sembra essere la morte, le più coraggiose provano comunque a combattere, la cosa sorprendente è che la protagonista sembra sempre sull’orlo della resa ma riesce a trovare un modo per rimanere in piedi. Quello che tutto muove e smuove è sempre l’amore, quello per la figlia da ritrovare e un marito che crede morto, un amore nuovo da inventare e reinventare, Difred è circondata da donne che come lei hanno scelto di continuare a sperare e altre che non reggono il peso di una società che le ha completamente annullate, rese oggetti inanimati di cui abusare.



Il cast di “The Handmaid’s Tale” è notevole, oltre alla Moss c’è Samira Wiley, l’attrice arriva direttamente da “Orange is the new black” e riveste un ruolo molto importante per la protagonista. Minore ma molto intenso è il ruolo di Alexis Bledel (Una mamma per amica), la sintesi di una nuova società distopica e dei suoi effetti sulla personalità delle donne che ne fanno parte. Un altro esempio è dato da Janine (Madeline Brewer, sempre da “Orange is the new black”) e la sua apparente follia, qualcosa che è impossibile distinguere in un mondo in cui tutto ormai sembra non avere un senso logico. Ogni personaggio ha delle sfumature che portano lo spettatore a riflettere su quanto sia facile il ribaltamento di ruoli: i buoni per forza di cose sono costretti a diventare cattivi, si tratta di spirito di sopravvivenza; i cattivi hanno scelto di schierarsi all’inizio ma non sempre sono convinti delle loro decisioni. Cattiva è la signora Waterford (Yvonne Strahovski), schierata dall’inizio per poi ritrovarsi ad essere vittima di un sistema che lei stessa ha contribuito a creare. In quanto donna è stata accantonata, viene puntualmente ignorata dal marito e pur di avere un figlio da accudire è disposta a diventare la versione peggiore di sé. La sua confusione, le sue fragilità, sono ben evidenti, Serena non è mai pienamente convinta di ciò che fa e non vive bene le sue decisioni, la frustrazione e il desiderio di un riscatto prendono il sopravvento su ogni valore preesistente. Tutto lo squallore del maschilismo imperante, ma che non è immune da dubbi ed esitazioni, è racchiuso nella figura del Comandante Waterford (Joseph Fiennes), a capo di un sistema che nemmeno a lui va sempre troppo a genio ma, vista la sua posizione di superiorità, che può usare sempre a suo vantaggio. Il dilemma del passaggio da buoni a cattivi e viceversa viene espresso anche dalla figura di Aunt Lydia (Ann Dowd), colei che il regolamento deve farlo rispettare, a qualsiasi costo. Nei suoi occhi traspare del rimorso: nonostante l’andazzo della società di Gilead i sentimenti non sono stati ancora del tutto repressi, semplicemente si possono ancora camuffare, a costo di diventare delle creature orribili. Ciò che di umano è rimasto viene costantemente spazzato via, nonostante i ripetuti tentativi di ripristinare l’ordine iniziale. L’ibrido tra le due strade possibili è rappresentato dal personaggio di Nick (Max Minghella), la prova che i sentimenti umani non si possono contrastare, non superato un certo punto, e che la repressione non porta mai a nulla di buono nel lungo periodo. “The Handmaid’s Tale” traccia bene ogni singolo tratto psicologico dei suoi protagonisti, facendoli conoscere meglio attraverso i flashback, che non risultano mai eccessivi. La sceneggiatura è ben costruita e nonostante racconti un futuro sconvolgente e i colori stessi della fotografia risultino angoscianti e fortemente simbolici, viene attraversata da un sottile filo di ironia e da un’impeccabile selezione musicale che rende tutto equilibrato.


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