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Published on luglio 12th, 2018 | by Elide Messineo

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The Handmaid’s tale: la recensione della seconda stagione

“The handmaid’s tale” è diventata un fenomeno appena è andata in onda lo scorso anno su Hulu, con la prima stagione basata sul celebre romanzo di Margaret Atwood.

Nonostante potesse concludersi già allora, è stata messa in produzione una seconda stagione, che ha risentito molto dell’assenza della base letteraria come era avvenuto per la prima. Margaret Atwood ha supervisionato senza intervenire in alcun modo nella storia, il risultato è stata una seconda stagione più cupa e cruda. Una naturale evoluzione per raccontare gli orrori della società di Gilead, che ha portato definitivamente in primo piano June (Elisabeth Moss), anziché Difred. Colori ancora più cupi e la fotografia ancora una volta impeccabile, gelida, per immortalare una società in cui sembra impossibile riuscire a sopravvivere coltivando in sé un po’ di speranza. Eppure è quanto accade.

Il seme della rivoluzione

June sta per avere la sua bambina ed è disposta a lottare fino all’ultimo pur di trovare la libertà. Il filo conduttore di tutta la stagione, anche della precedente. Guardando “The handmaid’s tale” è ancora una volta impossibile non riflettere sull’attuale situazione socio-politica, la serie di Hulu non è altro che una rappresentazione enfatizzata ma in grado di suscitare le più grandi ansie e di proiettarci negli scenari peggiori. E nessuno di questi, guardando quanto accade a Gilead, sembra essere un puro e semplice esercizio distopico ma appare concretamente possibile.



Nella seconda stagione di “The handmaid’s tale” usciamo dalle case delle mogli e dei loro comandanti per scoprire cosa accade nelle colonie. Lì assistiamo al picco della crudeltà, alla perdita definitiva della dignità umana. Tra un flashback e l’altro, l’immagine di June emerge da tutto questo orrore sempre più determinata a cambiare le cose, anche per garantire un futuro migliore alle sue figlie. In questo Elisabeth Moss ha dato un’ulteriore prova di bravura eccelsa, regalando momenti intensi anche senza aprire bocca per svariati minuti. Espressiva anche solo con un’occhiata, June offre tantissime sfumature: mamma protettiva, amante, eroina, manipolatrice. La società di Gilead vive di sentimenti repressi e umori labili, come nel caso di Serena Joy (Yvonne Strahovski). Il suo è il personaggio che ha seguito l’evoluzione più interessante in questa stagione: in preda alla confusione, Serena cambia idea e umore al limite del bipolarismo ma non si può fare a meno di empatizzare. La donna, ossessionata dal desiderio di maternità, inizierà a capire quale sia il vero meccanismo che muove la società di Gilead. Spinta dalla voglia di regalare un futuro migliore alla piccola Nichole (in parallelo con gli sforzi di June, la vera madre) si concede un involontario affronto al vertice maschilista della società, per poi pagare a caro prezzo la sua iniziativa. Ma è una scintilla in mezzo a tutto l’orrore stremante, al quale Fred (Joseph Fiennes) contribuisce in abbondanza, diventando di diritto il personaggio più odiato della serie. Il punto di svolta è il destino di Eden (Sydney Sweeney), una ragazza dolce e bisognosa d’amore sacrificata in nome di principi ai quali nessuno crede davvero. Da qui si avverte una sorta di risveglio collettivo, la rivoluzione è vicina? Impossibile saperlo, fino al prossimo anno. Questa seconda stagione è stata notevolmente rallentata nella narrazione, sembra quasi ovvio fin dall’inizio che l’intento fosse quello di poterla prolungare per un’altra stagione – e magari poi un’altra ancora. Per questo motivo molti momenti sono eccessivamente lenti, i lunghi silenzi si fanno più noiosi che poetici ma non si può fare a meno di rimanere incollati al divano a chiedersi cosa succederà. Dietro l’angolo non sembra esserci nulla di buono, almeno fin quando non appare una rete di Marta reazionarie che vogliono mettere in salvo June e la sua Holly. Ci sono piccoli spiragli di luce nel buio di Gilead: ormai completamente risucchiati nel racconto, abbiamo anche noi la necessità di un lieto fine.

The Handmaid’s tale: la recensione della seconda stagione Elide Messineo

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