Arriva nelle sale italiane il 29 ottobre 2026 uno dei titoli più attesi della stagione cinematografica autunnale: Dio ride, il nuovo film di Giovanni Veronesi, già scelto come film di chiusura dell’83ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un riconoscimento che non è semplice tributo formale, ma segnale preciso di quanto questa storia — ambientata nel Seicento, attraversata da potere ecclesiastico e libertà spirituale — abbia saputo imporsi come opera capace di parlare al presente con la forza del passato.
Una storia nel cuore del Seicento, sotto il pontificato di Innocenzo X
Il dio ride film si apre su un’Italia del XVII secolo dominata dall’autorità papale: siamo durante il pontificato di Papa Innocenzo X, interpretato da Carlo Cecchi, figura che incarna il peso istituzionale di un’epoca in cui la fede e il controllo politico erano facce della stessa moneta. Al centro della vicenda c’è Fra’ Leopoldo da Casamacchia, un frate che predica il Vangelo con gioia autentica, convinto che Dio sappia ridere insieme agli uomini — una visione teologica tanto semplice quanto sovversiva per il suo tempo.
È proprio questa lettura gioiosa e popolare del divino a mettere in moto la macchina repressiva dell’Inquisizione. Il Cardinale Maculani, descritto come il più autorevole inquisitore della sua epoca, viene incaricato di investigare il caso: un confronto tra due concezioni del mondo, due modi di abitare la fede, che Veronesi traduce in tensione drammatica senza cedere alla semplificazione manichea.
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Favino e Orlando: due performance al centro del dio ride film
Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando sono i due poli attorno ai quali ruota l’intera architettura narrativa. Favino, uno degli attori italiani più richiesti a livello internazionale, porta alla figura di Fra’ Leopoldo quella capacità di abitare il silenzio e la parola con uguale intensità che ha già dimostrato in ruoli storicamente complessi. Orlando, dal canto suo, costruisce il Cardinale Maculani con la precisione di chi sa che i grandi antagonisti non sono mai semplicemente cattivi: sono, soprattutto, convinti.
Il confronto tra i due non è soltanto scenico ma quasi filosofico: da un lato la gioia come atto di resistenza, dall’altro l’ordine come dovere morale. È in questo spazio intermedio che il film trova la sua voce più interessante, rifiutando la retorica del martirio per esplorare qualcosa di più sottile — la possibilità che due uomini in buona fede possano trovarsi su fronti opposti della storia.
Un cast corale che arricchisce la ricostruzione storica
Attorno ai due protagonisti, Veronesi ha costruito un ensemble di notevole qualità. Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi e Paolo Rossi completano un cast che garantisce profondità anche alle figure secondarie, evitando quella piattezza che spesso affligge i film in costume quando il peso narrativo si concentra tutto sui protagonisti. La presenza di Lombardi — già apprezzato in produzioni internazionali — aggiunge un ulteriore livello di riconoscibilità al progetto anche fuori dai confini nazionali.
La chiusura a Venezia e il significato di una scelta
Essere selezionato come film di chiusura della Mostra di Venezia nella sua 83ª edizione non è una circostanza neutra. La Mostra sceglie il film conclusivo con cura: deve essere un’opera in grado di lasciare un’impressione duratura, di riassumere in qualche modo lo spirito della manifestazione. Che Dio ride abbia ottenuto questo posto dice qualcosa sia sulla qualità percepita del lavoro di Veronesi, sia sulla capacità del cinema italiano di confrontarsi con la storia nazionale in modo non celebrativo ma critico e narrativamente vivo.
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Il fatto che la distribuzione nelle sale italiane sia avvenuta il giorno successivo alla chiusura del festival — il 29 ottobre 2026 — suggerisce una strategia precisa: sfruttare la visibilità veneziana per trasformare l’entusiasmo festivaliero in pubblico pagante, senza lasciare che la finestra si chiudesse tra l’evento e l’uscita commerciale.
Perché il film merita attenzione in questo momento
Il dio ride film arriva in un momento in cui il cinema italiano sta cercando con una certa urgenza di ridefinire il proprio rapporto con il passato storico: non come sfondo decorativo, ma come specchio deformante del presente. La scelta di ambientare la storia nel Seicento inquisitoriale, con un frate che predica la gioia contro l’ortodossia del potere, non è innocente. È una metafora che Veronesi lascia aperta, disponibile a più letture, senza forzare la mano.
Per chi vuole seguire il progetto o approfondire il trailer ufficiale, il materiale è disponibile sul canale YouTube ufficiale della produzione, dove è possibile farsi un’idea precisa del tono visivo e narrativo che il regista ha scelto per raccontare questa storia.
Con Dio ride, Giovanni Veronesi firma un’opera che si inserisce nel solco del cinema storico italiano più ambizioso, affidando a due dei suoi interpreti più capaci il compito di dare voce a una domanda antica — fin dove può spingersi il potere nel silenziare la gioia? — che non ha ancora smesso di essere attuale.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








