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Riverrun, quando Philippe Parreno e Charlotte Gainsbourg ridefiniscono i confini tra videoarte e narrazione cinematografica

C'è un momento preciso in cui un artista visivo decide che lo spazio bianco di una galleria non è più sufficiente a contenere ciò che vuole raccontare. Per

Riverrun, Philippe Parreno e Charlotte Gainsbourg raccontano il debutto nel lungometraggio tra videoarte e finzione
C'è un momento preciso in cui un artista visivo decide che lo spazio bianco di una galleria non è più sufficiente a contenere ciò che vuole raccontare. Per

C’è un momento preciso in cui un artista visivo decide che lo spazio bianco di una galleria non è più sufficiente a contenere ciò che vuole raccontare. Per Philippe Parreno, uno dei nomi più influenti dell’arte concettuale internazionale, quel momento è arrivato con il riverrun film, il suo debutto nel lungometraggio a finzione: un’opera che porta il titolo di Riverrun e che segna un passaggio significativo tra due mondi che raramente dialogano con questa intensità.

Un debutto atteso e una scelta di campo radicale

Che Philippe Parreno avrebbe prima o poi attraversato la soglia del cinema narrativo era, in un certo senso, scritto nella traiettoria della sua ricerca. Artista abituato a lavorare con installazioni, proiezioni e ambienti immersivi, Parreno ha sempre trattato il tempo come materiale plastico, qualcosa da modellare e distorcere. Con Riverrun, il suo primo lungometraggio a finzione, quella sensibilità si confronta con le esigenze di una narrazione che deve reggere la durata di un film — e lo fa senza rinunciare alla propria identità visiva.

Il progetto è stato presentato al mercato europeo del cinema, l’EFM (European Film Market), con Goodfellas a occuparsi del lancio internazionale. La scelta di un distributore con una vocazione chiaramente autoriale segnala fin da subito il posizionamento del film: non un’operazione di compromesso, ma una proposta che intende ridefinire i confini tra videoarte e drammaturgia cinematografica.

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Charlotte Gainsbourg, Zoë Saldaña, Vicky Krieps e Angela Molina: un cast di peso

Al centro di Riverrun c’è Charlotte Gainsbourg, protagonista di un film che — stando alle descrizioni ufficiali — racconta la storia di una mente in dissoluzione. È una premessa che si adatta perfettamente alla sensibilità di un’attrice capace di abitare territori emotivi estremi con una misura raramente eguagliata nel cinema contemporaneo. Gainsbourg ha affrontato il progetto insieme a Parreno in un processo creativo che, come emerso dall’intervista pubblicata da Movieplayer il 25 ottobre 2026, ha richiesto un approccio radicalmente diverso rispetto a quello di un set cinematografico tradizionale.

Accanto a lei, il cast include Zoë Saldaña, Vicky Krieps e Angela Molina: tre attrici che portano ciascuna una propria storia di collaborazioni con registi visionari. Krieps, in particolare, ha costruito negli ultimi anni una carriera che sembra cercare deliberatamente i progetti più difficili da catalogare — e Riverrun si inserisce perfettamente in quella traiettoria.

Un ritratto che si trasforma in paesaggio

La descrizione ufficiale del film parla di un ritratto che si trasforma in paesaggio, un viaggio intenso e visionario. È una formula che suona come una dichiarazione di poetica più che come una sinossi, e questo è probabilmente intenzionale. Riverrun non sembra voler essere spiegato prima di essere visto: vuole essere attraversato.

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Questo approccio riflette il metodo di Parreno, che nelle sue opere visive ha sempre privilegiato l’esperienza diretta rispetto alla mediazione critica. Trasportare quella logica nel cinema significa accettare che una parte del pubblico possa sentirsi disorientata — e il rating di 5.0 su IMDb, dove il film è classificato come un drama del 2026, suggerisce che la ricezione sia ancora in fase di sedimentazione, divisa tra chi abbraccia la visione e chi fatica a trovare un punto d’appiglio narrativo tradizionale.

La premiere mondiale a Roma e il contesto festivaliero

La scelta di Roma come sede della premiere mondiale di Riverrun non è un dettaglio trascurabile. La Festa del Cinema di Roma ha negli ultimi anni consolidato la propria vocazione come spazio di dialogo tra cinema d’autore e arti visive, e ospitare il debutto di un artista della statura di Parreno si inserisce coerentemente in quella direzione.

La presenza del film a Roma, dopo il passaggio all’EFM, costruisce un percorso che privilegia il circuito europeo dei festival e dei mercati specializzati — un percorso che raramente porta a grandi numeri di botteghino, ma che costruisce nel tempo la reputazione di un’opera destinata a essere studiata e rivisitata.

Riverrun arriva in un momento in cui il confine tra installazione museale e proiezione cinematografica è più permeabile che mai, e il debutto di Philippe Parreno nel lungometraggio rappresenta forse l’esempio più radicale di questa permeabilità che il cinema europeo abbia proposto nel corso di questo anno. Che il film convinca o divida, la sua esistenza stessa è già un fatto culturale degno di attenzione — e Charlotte Gainsbourg, con la sua presenza al centro di questa dissoluzione visiva, ne è la guida più credibile che si potesse immaginare.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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