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Published on febbraio 5th, 2016 | by Alessandro Testa

The Hateful Eight: La Recensione

The Hateful Eight: La Recensione Alessandro Testa
Voto CineZapping

Summary: Tarantino arranca nella neve del Wyoming in un film teatrale e con tanti dialoghi. Un passo indietro rispetto a Django Unchained.

3

Quentin Taranti...No


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E’ da almeno due anni che ormai si parla dell’ottavo film di Quentin Tarantino, The Hateful Eight, e finalmente il 4 Febbraio è uscito nei cinema italiani. 

Se ne parlava non solo per avere informazioni sul cast e sullo stato d’avanzamento lavori, ma anche e soprattutto per le polemiche dovute allo script rubato e diffuso, fatto che ha mandato su tutte le furie Quentin Tarantino. Il regista inizialmente aveva abbandonato il progetto, salvo poi ripensarci, lavorarci su e consegnarlo al cinema di tutto il mondo. Come se non bastasse, tuttavia, qualche mese prima dell’anteprima una copia del film è stata rubata e fatta circolare nei siti pirata di tutto il mondo. Una vera e propria maledizione.

Il film è girato in Ultra Panavision 70, una pellicola ormai usata molto poco e che permette di ottenere immagini in alta qualità e fotogrammi maggiormente definiti. I pochissimi fortunati spettatori che in Italia hanno avuto la possibilità di vederlo in questo formato, sono stati piuttosto soddisfatti.

The Hateful Eight: la trama

La guerra di secessione è finita da un po’. Nel rigido inverno del Wyoming una diligenza arranca nella neve trasportando il cacciatore di taglie John Ruth, “il Boia” (Kurt Russell) e la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) verso la città di Red Rock dove ad attendere la sfortunata ci sarà la forca e ad attendere John Ruth ben diecimila dollari di ricompensa.
Ma lungo la strada sono costretti a dare un passaggio ad altri due uomini: uno è il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), ex soldato nero divenuto cacciatore di taglie; l’altro è Chris Mannix (Walton Goggins), che pare sia il nuovo sceriffo di Red Rock. La tempesta di neve costringe la diligenza a rifugiarsi presso una merceria, ma arrivati lì anziché la vecchia e cara Minnie ci sono quattro sconosciuti. Qualcosa bolle in pentola e il boia John Ruth teme che qualcuno voglia rubare (o peggio) liberare il suo bottino.

The Hateful Eight - tarantino

Il Cast

Un cast eccellente, nulla da dire. Gli affidabili Kurt Russell (“Grindhouse”), Tim Roth, Samuel L. Jackson (“Pulp Fiction“). Ma anche Michael Madsen, Bruce Dern (“Nebraska“), Jennifer Jason Leigh. E a un certo punto c’è anche Channing Tatum (“FoxCatcher“).
Un cast stellare che Quentin Tarantino butta dentro alla sua scatola, una merceria troppo stretta per tutti questi personaggi dallo sguardo tremendamente diffidente. Abbiamo parlato di cast, ma non intendiamo solo gli attori, naturalmente. Balza subito all’occhio l’italianissimo Ennio Morricone, convinto all’ultimo tuffo da Tarantino a comporre le musiche per questo film. Alcune parti delle musiche che sentiamo nel film sono spezzoni non usati dal film “La Cosa“, a cui tra l’altro lo stesso regista si è ispirato (insieme al film “Le Iene“). Morricone, il cui nome è legato soprattutto ai western di Sergio Leone ha composto musiche senza tempo: fra le tante ricordiamo quella di “Giù la Testa“, “C’era Una Volta Il West“, “Per Un Pugno di Dollari, “C’era Una Volta In America“.

Per la colonna sonora di The Hateful Eight ha vinto già il Golden Globe e per ora ha ottenuto una candidatura agli Oscar 2016.
La fotografia è di Robert Richardson, noto per “Django Unchained“, “Hugo Cabret“, “Shutter Island” e “Bastardi Senza Gloria“.

The Hateful Eight: Un’opera teatrale

Croce e delizia di The Hateful Eight: in questo film è evidente l’intento di Tarantino di fare qualcosa di diverso, di spingersi lontano dal cinema e avvicinarsi al teatro. The Hateful Eight è un’opera teatrale, e il regista stesso ha confermato che gli piacerebbe rimetterlo in scena a teatro. E proprio come su un palcoscenico l’ambientazione cambia pochissimo (si svolge per la maggior parte del tempo nella merceria) e i dialoghi sono tanti, e lunghi, talvolta estenuanti. Non mancano i picchi di umorismo tarantiniano, ma le battute sono spesso una ripetizione, a volte una “spiega” per far comprendere meglio la situazione allo spettatore. E alla fine il risultato, volenti o nolenti, è un intrattenibile sbadiglio. Impensabile per un film di Quentin.

Violenza Gratuita

Critica immancabile a Tarantino e come spesso accade è immeritata. In particolare stavolta la polemica si concentra sulle botte che subisce la prigioniera Daisy: una violenza sessista inaccettabile, agli occhi di alcuni critici; ma al contrario è assolutamente sterile. Il personaggio di Daisy non è una moglie fedele, carina, rispettabile, bensì una killer ricercata per i suoi numerosi crimini. Ma poi, anche fosse, il cinema è cinema. La trama è quella, la storia non si discute: la violenza è finta e non istiga all’emulazione. Se anche Daisy fosse stata una ragazza perfetta e John Ruth il marito che le fa del male, noi che potremmo farci? Il cinema racconta solo storie, e noi per fortuna non stiamo guardando la vita vera.

L’Universo di Django

The Hateful Eight è in un certo senso un unicum con Django Unchained, precedente film di Tarantino ambientato anch’esso nel vecchio west. Il film è come se fosse una storia parallela a quella che del povero Django alla ricerca della sua amata.
Viene quindi da pensare che al buon Tarantino sia venuta in mente la storia degli ‘odiosi otto’ mentre girava Django, e da lì ne ha fatto un film. Per come si svolge The Hateful Eight, però, da come va la trama e per la lentezza dell’esecuzione più che un’idea sembra una semplice intuizione e nulla più, sulla cui base si è cercato di costruire una storia che avesse un appeal convincente. Tim Roth addirittura ha alcuni modi di fare che potrebbero assomigliare al carissimo Dr. King Schultz (interpretato dal doppio premio Oscar Christoph Waltz).

Giudizio Finale: ne vale la pena?

Difficile a dirsi. C’è chi grida al capolavoro e chi al disastro. La verità si trova nel mezzo? Se volessimo essere diplomatici, sì. Altrimenti diciamo che questa volta non è il solito Tarantino visto negli ultimi anni. Il che da una parte potrebbe essere un bene perché è sempre interessante vedere la poliedricità di un regista. Ma in questo caso il giudizio finale non è propriamente positivo.
In altri film Tarantino ci aveva abituati all’uso di dialoghi lunghi per smorzare una suspence o per fare da contraltare a una scena violenta: erano una contraddizione e un paradosso che si incastravano bene, perché tutto intorno era un capolavoro di azione e di energia.
In questo film invece l’effetto non è lo stesso. In una location unica, dove l’action si inizia a vedere seriamente dopo oltre un’ora e mezza, i dialoghi rendono solo ancor più pesante l’attesa. Dal momento in cui i personaggi mettono piede nella merceria sappiamo che sono appena entrati in una polveriera pronta ad esplodere, ma col passare del tempo ci accorgiamo, al contrario, che succede poco: molti discorsi, moltissimi. Ma che non hanno il pregio e l’utilità di potenziare le caratteristiche dei personaggi.

La regia è pur sempre interessante e non mancano momenti di tensione e suspence, ma nel complesso il film lascia molto perplessi. Anche lo splatter stavolta sembra eccessivo, perché sembra buttato nel mezzo, senza logica. Un trionfo di sangue che sa di già visto (“Django, sei tu?”).
Come opera teatrale è interessante, ma come film non sortisce l’effetto sperato.

Un Tarantino poco ispirato. Da suo grande ammiratore, attendo con impazienza che si rifaccia col prossimo film.

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About the Author

Scrittore per diletto, appassionato di libri, scrittura creativa, film e pallone. Polemico di natura, sognatore, pragmatico, incoerente. Astenersi perditempo.



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